Supplice

«Sono tuo supplice» disse lui inginocchiandosi. E poggiò la fronte sulle ginocchia di lei.

«Allontanati, non mi toccare!» Rispose lei scalciando nervosamente e colpendolo al viso.

Un piccolo rivolo di sangue si fece strada da una narice, ma lui non ci badò.

«Ti prego… ti prego amore perdonami… » disse lui avvicinandosi in ginocchio.

«Ti ho detto che non mi devi toccare! Hai capito?!» Disse lei correndo in camera da letto e sbattendo la porta.

«Ti giuro cucciola, non era mia intenzione… » disse lui rincorrendola sempre in ginocchio.

«Dài, apri la porta, facciamo pace… ti prego, dài!» Supplicò lui.

«Vattene via, sei spregevole… » disse lei singhiozzando.

«Dài, non piangere, ti prego… cucciola. Ti giuro non lo faccio più» disse lui appoggiandosi con la schiena alla porta chiusa e massaggiandosi le ginocchia che gli bruciavano. Si guardò intorno: il salone era disseminato di piatti rotti, vasi fracassati, libri dispersi sul pavimento e quadri che pendevano da un lato; sembrava che ci fosse passato un bulldozer impazzito. Questa volta l’aveva fatta grossa – pensò. Mentre i singhiozzi di lei si facevano a mano a mano sempre più lievi. Si sta calmando, meno male – si disse. Si strofinò con il dorso della mano la narice, osservò il sangue con curiosità, come se non fosse suo; si puntellò con le braccia e si alzò da terra. Avvicinò l’orecchio alla porta, cercando di individuare qualche rumore che gli indicasse lei cosa stesse facendo e, con un leggero tocco, bussò due volte alla porta.

«Cucciola, per piacere puoi aprire la porta? Vorrei parlarti… ti prego»

«Non hai considerazione di me, non hai rispetto… » disse lei, ancora con un debole singhiozzo.

«Amore ti prego, mi fai soffrire moltissimo così. Ti prometto che non lo faro più, lo giuro!» Incalzò lui intuendo uno spiraglio di speranza nella risposta di lei.

«Facciamo così: tu apri la porta e ne parliamo, ti prometto che non entro, voglio solo parlarne… va bene?» Continuò lui, ripassandosi il dorso della mano sotto il naso, ed eliminando gli ultimi residui di sangue raggrumato sopra il labbro.

Sentì la chiave della porta girare e la vide comparire dietro lo spiraglio.

«Come hai potuto?» Disse lei con le guance rigate dal trucco.

«Come hai potuto essere così insensibile… » continuò lei.

«Amore basta, non continuare ti prego, mi stai torturando… ti chiedo perdono… » disse lui con un singulto incontrollato.

«Perdono? Come se chiedere perdono cancellasse la tua azione ignobile. No mio caro, questa volta non te la cavi così facilmente, questa volta sarà l’ultima! Giuro su Dio! La prossima volta che non metti il tappo al dentifricio ti lascio definitivamente».

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