ODISSEINA

   E fu così che l’Uomo di Pasqua decise di andare nella patria di Ulisse.

Salpò dalla città dei fiori, nella terra dei liguri, lungo la costa italica. Ci vollero ventun leghe per arrivare, al culminar del vespro, in quel di Genova.  Diede volta alle funi, pagò quarantadue pezzi d’oro e si mise in cerca di una bettola. Dopo aver saziato l’appetito, passeggiò per il vecchio scalo, in cui giocolieri, funamboli e venditrici di eros  facevano da contorno. Dopo un po’ tornò a bordo, si distese nel giaciglio e si affidò a Morfeo.

Il bagliore dei primi raggi di luce lo colsero che aveva già mollato le funi da una buona lega e aveva diretto la prua lungo il litorale. Eolo non si era fatto ancora vivo e lui era costretto a navigare con il Dispositivo a ingranaggi. Dovette usarlo per tutte le ventitré leghe, fino all’arrivo nel Golfo dei Poeti, il cui centro abitato sta al nome di La Spezia.

Navigò, cosi per molte leghe fino a giungere nell’isola di Elba, dove si fermò qualche dì. Là entro in possesso di un cavallo a due ruote con cui fece il giro dell’isola, ammirando la bellezza del posto. Dopodiché puntò la prua verso riva, ma fu un errore: là fu preda della Cala della Galera che gli rubò cinquantotto pezzi d’oro e non gli permise neanche di pregare il dio Web. Da quel momento la buona stella dell’uomo di Pasqua iniziò lentamente a scolorire.

L’inizio del giorno era passato da un po’, quando, improvvisamente, il suono del Dispositivo a ingranaggi diventò incostante. Che cosa sarà? Chiese al cielo.

” Puliscimi il filtro ”, si sentì dire.

” Chi è che mi parla? ”

” Sono il Dispositivo a ingranaggi ”.

” E come si fa questa cosa? ”

” Devi sbarcare sulla terra e invocare un dio Meccanico ”.

” Grazie Dispositivo a ingranaggi, sarà fatto ”.

Si volse verso la terra etrusca e sbarcò nella Santa Marinella. Là pregò un dio Meccanico che si materializzò solo il mattino seguente. Le sembianze di questo dio non erano esattamente etrusche, tantomeno mediterranee. Poi seppe che non era un dio, ma un semidio Meccanico proveniente dalla lontana terra, tra i due fiumi, oltre il sorgere del sole. Versò quaranta pezzi d’oro e riprese il mare. Improvvisamente Eolo scatenò la sua ira, forse per gelosia o forse per rabbia, non lo seppe mai. Provò ad avvolgere la vela di prua, ma invano; e dopo alcuni tagli e qualche colpo, riuscì a liberar la fune dall’albero e la velatura cadde.

Giunto nella città di Nettuno, signore del mare e delle acque italiche, s’incamminò per le vie alla ricerca di una bottega che gli fornisse armamentario necessario per proseguire il viaggio, oltre a pane, vino e provvigioni. Trovò un desco ben fornito e fece acquisti.

La scia del naviglio si allungava lega dopo lega. Superata, indenne, la montagna di Circe (ormai la porchetta la fanno ad Ariccia), era in vista dei natii lidi. Fu all’inizio del golfo di Puteoli che il Dispositivo a ingranaggi cessò di girare. “E ora che succede?” Invocò ad alta voce l’Uomo di Pasqua. La domanda non sortì alcuna risposta. A quel punto capì che il Dispositivo a ingranaggi era privo di vita. E fu così che Il naviglio, privo del Dispositivo a ingranaggi, e in assenza di Eolo, fu preda delle onde cagionate dalle imbarcazioni degli abitanti del golfo di Puteioli e del golfo di Neapolis, che nei giorni di Venere e Saturno, dell’equinozio d’estate, si dilettano a crear marosi e frangenti, spostandosi, ad alta velocità, tra la terra ferma e le isole. Per buona sorte il naviglio derivava lontano dall’Averno: dove si trova il regno dei morti di chitemuort.  Dopo aver reso omaggio agli dei, finalmente Eolo gli inviò un po’ di Maestro, così poté issare la velatura e continuare verso la sua destinazione. Giunto, dopo molte ore, nei pressi di un ricovero per navigli, fu traghettato all’interno; grato alla buona volontà di un compagno di vela. E fu lì che disse:
“Mi serve un dio di Meccanico!”

Fu grazie al canto di una sirena che prese forma un dio di Meccanico, il quale, forte nelle sue arti, fece risorgere il Dispositivo a ingranaggi. Alla fine, dopo aver chiesto come obolo quattrocentocinquanta pezzi d’oro, sentenziò:

” Stai attento Uomo di Pasqua che il Dispositivo a ingranaggi ti potrà creare altri problemi, perché è malato e ha qualche travaso ”.

” Ti ringrazio dio Meccanico e ho apprezzato la tua assistenza, ma voglio andare nella terra di Ulisse ”.

Lasciò l’ormeggio e, costeggiò il golfo delle sirene ‒ le quali erano rimaste senza voce per l’eccessiva umidità ‒, ma una riuscì a saltare a bordo: era una sirena del golfo di Neapolis, che aveva ancora un po’ di fiato nella gola e lo convinse (cantandogliene quattro) a condividere un pezzo di traversata insieme. Così l’Uomo di Pasqua, tenendosi legato all’albero saldamente, discese la costa della Lucania fino al villaggio di Maratea, in compagnia della sirena.

 Dopodiché puntarono verso l’isola di Eolo, per incontrarlo e chiedergli la ragione per la quale non si faceva più vedere da qualche tempo. Ma furono vane le suppliche e le preghiere al dio: non era in casa. Forse perché l’isola stromboliava abbastanza in quel periodo, chissà.

Improvvisamente la sirena, con un tuffo elastico, lasciò il naviglio e si allontanò al richiamo della sirena genitrice; la quale aveva problemi di salute.

Così l’Uomo di Pasqua, si riempì un otre di vino, una sacca di capperi e si allontanò verso Scilla e Cariddi; sempre in mancanza di vento. Abbandonatosi alle correnti, che in quelle ore erano favorevoli, attraversò lo stretto passaggio tra la terra italica e l’Isola del Sole e sbarcò a Reggio di Calabria. Fu là che la schiena gli venne meno. La ricerca di un rimedio diventò impegnativa, ma alla fine trovò il medicamento giusto; solo che dovette inocularselo da solo.

Ormai navigava lungo la Magna Grecia. La meta era prossima. Fece una sosta a Roccella dello Ionio, ivi c’era un ricovero per navigli ben attrezzato e ben tenuto. Dopodiché si diresse verso l’antica città di Kroton, vi sostò una notte e si sfamò di pesce fino a scoppiare. Poi la bianca Leuca, nel cui abitato già conosceva una famiglia che gli offrì ospitalità, cibo, dolci e libagioni in abbondanza. Salutati gli amici, salpò verso levante. Si fermò a Fanò e poi a Merlera, e infine nell’isola dei Feaci. E lì gli dei lo abbandonarono per sempre: il Dispositivo a ingranaggi iniziò a tossicchiare senza sosta.

” Cough, cough… cough…

” Che ti succede Dispositivo a ingranaggi? ”

” Non mi sento… cough… bene.”

” Che hai, esattamente, Dispositivo a ingranaggi? ”

” Non lo so… mi sento stanco e giro con difficoltà… cough! ”

” Adesso riposati Dispositivo a ingranaggi, pregherò un dio meccanico che venga a curarti ”.

L’Uomo di Pasqua, sbarcò in quel di Gouvia, dove c’era un buon ricovero per navigli, ma costava cinquanta pezzi d’oro al dì. In più quel posto era sottomesso al popolo teutonico che si era impossessato di quasi tutti gli attracchi Ellenici. Era preparato per quell’evenienza, sapeva a chi rivolgersi nel momento in cui il Dispositivo a ingranaggi avrebbe ceduto. S’inginocchiò e si preparò a invocare il dio Mc Giver, che in quel periodo dell’anno navigava in zona. Il dio Mc Giver gli inviò un messaggero SMS, il quale gli disse di dirigersi a sud est per quaranta leghe, esattamente nell’insediamento di Preveza dove lo stava aspettando un bravo dio Meccanico. Mentre navigava lungo l’isola dei Feaci, sentì chiamare il suo nome:

” Uomo di Pasquaaa ”

” Chi è che mi chiama? ”

” Sono io, Atena, dea della saggezza e dell’ingegno. ”

” Che cosa vuoi da me Atena ”

” Torna indietrooo, torna nella tua terraaa. Qui sei straniero in terra straniera, verrai tartassatooo ”.

” No, Atena, io devo navigare nella terra di Ulisse ”.

” Non lo fare, torna nei tuoi lidi, là conosci molti dii di Meccanici, rimanda la tua avventuraaa… ”.

” No, non voglio. Ormai è troppo tardi. Ho deciso di navigare, di conoscere altre terre, di esplorare altri mari… niente e nessuno mi farà cambiare idea! ”

” Sei un testardooo… Io ti ho avvertitooo, poi sono cazzi tuoiii ”.

Rimasto solo con i suoi tormenti , l’Uomo di Pasqua navigò quaranta leghe e al nuovo dì giunse in quel di Preveza. Inviò un messaggero SMS al dio Meccanico, il quale si materializzò il giorno dopo. Fu difficile comunicare con il dio Meccanico, ma grazie a gesti, segni e parole in lingua britanna l’Uomo di Pasqua riuscì a capire. Siccome la lingua era arcaica, per agevolare la lettura, vi sarà offerta traduzione:

” Dio Meccanico che cazzo ha il  D.I.¹?”             

” Il tuo D.I. è molto malato, deve essere tolto dall’alloggio e rigenerato completamente.”

” Azz… e quanto mi costa ‘sta tarantella²? ” 

” Ti costa circa settemila pezzi d’oro ”

” Alla faccia… Non mi puoi fare un po’ di trattamento³? ”

” Già te l’ho fatto: nel costo ho calcolato il varo l’alaggio e la sosta a terra, che sarà almeno di quindici giorni ”.

Dopo il trascorrere di mezza luna, si palesò il dio Mc Giver, che conosceva bene le arti dell’ingegneria, della nautica, della velica e della metallica, oltre a conoscere quattro cinque idiomi diversi. Individuò alcuni difetti nel naviglio, che dovevano essere assolutamente riparati, consigliò alcune attrezzature da aggiungere e gli costruì un tetto bimini con metalli riciclati, tutto per quattromila pezzi d’oro. Passarono due lune e finalmente il naviglio era tornato come nuovo (?). L’Uomo di Pasqua, alleggerito di undicimila pezzi d’oro più quelli necessari per nutrirsi, decise che ne aveva abbastanza della terra di Ulisse, e volse la prua a ovest, verso il grande mare oceano. E mentre ripercorreva rotte conosciute, pernottò, di nuovo, in quel di Roccella dello Ionio e lì, il Dispositivo a ingranaggi ebbe un piccolo mancamento. Invocò un altro dio Meccanico che individuò subito il problema, non era niente di grave, ma quell’avvenimento fiaccò definitivamente l’Uomo di Pasqua che inviò tanti di quei muort, chitemurt e chitestramurt che il regno dell’Ade tremò tutto, la terra si scosse, le foreste bruciarono, le montagne si aprirono, i fiumi si prosciugarono i mari si ritirarono e  fu così che il naviglio rimase in secca per sempre.

¹ D.I.: Dispositivo a ingranaggi – ²tarantella: lavoro, servizio –  ³trattamento: sconto (ndt).

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AERO CRUCIS

Si trovava nell’aeroporto di Roma, dal momento che  la zona del pianeta in cui doveva andare  non era esattamente emancipata, aveva deciso di affidarsi a una agenzia di viaggi. Mentre attendeva l’imbarco per Amsterdam, squillò il telefono:

«Buongiorno signor Navigatore sono Sandra dell’agenzia Globo, purtroppo le devo comunicare che il volo Bali-Dili è stato cancellato. Ci stiamo attivando per trovargliene subito un altro. Ci dia qualche ora di tempo e le comunicheremo il nuovo volo.»

«Qualche ora? Ma lo sa che tra un po’ mi imbarco per Amsterdam?»

«Sì, signor Navigatore, lo so. Stia tranquillo, stiamo monitorando attentamente il suo problema, la chiamo appena ho novità.»

«Ma… », ma dall’altra parte c’era il vuoto siderale.

L’ultima volta che era stato ad Amsterdam aveva i bulbi del cranio in piena attività eruttiva e una mezza dozzina di lustri in meno, si trovava là con un amico, in macchina, diretti a Capo Nord; si fermarono per assistere alla Tall Ships’ Race: un raduno di navi scuola e barche d’epoca nei corsi d’acqua che abbracciano la città. Il ricordo gli si collocò nella mente come una vecchia diapositiva proiettata su un muretto di pietre a secco: irregolare, scolorita, fuggevole…

L’aeroporto di Amsterdam sembrava una zona di guerra: polvere, indicazioni insufficienti e transenne con piccoli cantieri aperti un po’ ovunque. Recuperò il borsone e si avviò lentamente verso il gate. Si erano fatte le nove, in quella tiepida serata settembrina contrassegnata anche dalla irregolarità dell’impianto di aria condizionata dell’aeroporto. L’agenzia ormai era chiusa e lui doveva affrontare più di sedici ore di volo, con una breve tappa a Dubai. Si trovò un posto a sedere e cercò di dare colore e regolarità al ricordo della Tall Ships’ Race, in attesa della partenza verso mezzanotte.

Dopo aver letto per alcuni milioni di volte “LIFE VEST UNDER YOUR SEAT”, l’aereo toccò la pista dell’aeroporto di Bali. L’impatto con l’isola non lo sconvolse più di tanto, il traffico e le migliaia di motorini che sfrecciavano sia a sinistra sia a destra del traffico lo fecero sorridere, da buon napoletano c’era abituato. Ma fu un sorriso breve perché aveva da risolvere due grossi problemi: uno, mettersi in contatto con l’agenzia; due, mandare un messaggio ad Antonio che lo aspettava.

«Signor Navigatore, ci dispiace, il volo Bali-Dili al momento non c’è. Deve sapere che tra l’Indonesia e Timor Leste c’è ostilità e la compagnia di bandiera Indonesiana non ha ancora avuto il nulla osta dal governo per rinnovare il contratto per la rotta Bali-Dili. Dovrebbe pazientare… ».

«Scusi Sandra, pazientare quanto? Un’ora, un giorno, una settima, un mese… ».

«No signor Navigatore, non saprei quanto… stiamo monitorando… ».

«Sandra! Mentre voi monitorate dietro i monitor io sto bloccato qui a monitorarmi le mani mentre fanno girare i pollici, ha capito?» A quel punto toccò a Sandra sentire il vuoto siderale dall’altra parte della cornetta.

Ormai la situazione era chiara come il bianco d’uovo: doveva sbrigarsela da solo. Inviò un messaggio ad Antonio spiegandogli brevemente il problema. Antonio gli suggerì di provare ad arrivare dalla parte indonesiana a ovest di Timor. Prima però doveva capire su quale territorio si avventurava. Accese il tablet e cominciò a cercare nel web.

” Distante trecento miglia marine dall’Australia, l’isola di Timor fa parte dell’arcipelago delle piccole isole della Sonda. Divisa in due stati: a est Timor Leste, ex colonia portoghese e a ovest Timor ex colonia olandese, ora sotto bandiera indonesiana…  

 Atambua, il centro abitato più vicino al confine aveva anche l’aeroporto, ma c’era solo un volo settimanale che partiva da Kupang il giovedì alle dieci del mattino. Era mercoledì, doveva trovare un volo Bali-Kupang subito. Due ore dopo era di nuovo nell’aeroporto di Bali, inviò un messaggio ad Antonio e salì sull’aereo.

Ormai era buio, prese un taxi e si fece portare in un albergo nei pressi dell’aeroporto. Chiese alla receptionist di svegliarlo l’indomani alle sette e salì in camera, ricordandosi che non aveva toccato cibo da ventiquattro ore. Dopo una porzione di riso che sapeva di verdure e di verdure che sapevano di riso, al ristorante dell’albergo, tornò in camera. Fu lì che il Jet lag gli ricordò che non era il momento di dormire…

Le nove e venti! Si catapultò dal letto, s’infilò gli short senza mutande, le infradito nell’inframignolo e si fiondò lungo le scale. Alla reception, con un inglese più gesticolato che parlato (anzi gridato), inveì contro il receptionist che, investito dalla tempesta, cercò riparo sotto il bancone. Si tuffò in un taxi e chiese all’autista di diventare daltonico ai semafori, sordo ai fischietti e tenere l’acceleratore incollato al pianale. Fu fortunato, il volo era regionale e un po’ in ritardo: alle dieci e venti s’imbarcò.

Dopo aver letto alcune centinaia di volte BAJU PELAPUNG ADA DI BAWAHKURSI, l’aereo toccò terra. Intanto ricevette un messaggio da Antonio il quale diceva che aveva fittato una macchina e lo stava raggiungendo al confine.

Aeroporto di Atambua: uno stretto nastro d’asfalto dritto in mezzo alla boscaglia, dove il calore e l’umidità si dividevano equamente la gestione termica del posto. Dove, all’uscita, un piccolo spiazzo faceva da zona di carico e scarico. E dove la parola “taxi” non era stata ancora inventata.  Mentre si guardava intorno sentì un rumore di serrande, si girò e vide che l’aeroporto stava chiudendo. Il suo era stato l’ultimo e l’unico volo della giornata. Ora doveva cercare un mezzo per raggiungere la frontiera distante trenta chilometri. Non ci volle molto, lo trovarono loro: quattro uomini e un minibus. Trattò il prezzo, per lui conveniente, e per i quattro abbastanza da dar da mangiare per due giorni le rispettive famiglie. E tra strade sterrate, buche, scorciatoie lungo i campi, musica assordante e oltre un pacchetto di sigarette respirato passivamente lo liberarono al confine. Ultreia, Suseia, Fisterra?¹ No!

Dopo qualche tentativo di corruzione, il doganiere, nel suo inflessibile e granitico atteggiamento ‒ forse l’unico in tutto il sud est asiatico ‒, gli disse per la terza volta che per passare il confine doveva avere il visto di uscita fatto a Giacarta o a Bali. L’unica umana concessione che poteva fargli  era di lasciarlo andare dall’altra parte per qualche minuto, ma trattenendogli il passaporto. S’incamminò con il borsone nella terra di nessuno per almeno cinque seicento metri a incontrare Antonio. Scambiarono poche parole e un po’ di cose che aveva portato con sé e che servivano ad Antonio, poi si separarono verso i rispettivi confini. Ringraziò il doganiere, recuperò il passaporto e si allontanò gravato dal peso del borsone e della sconfitta. La frontiera non era trafficata, ci volle un po’, ma riuscì a ingaggiare due uomini con due motocicli, uno per lui l’altro per il borsone. Dopo aver sfamato anche le famiglie dei due con una congrua cifra, si fece portare al centro di Atambua, dove, da informazioni ottenute dai due centurioni, c’era un bus che partiva per Kupang .

Il macadam serpeggiava su dossi, nelle curve in salita, in discese repentine e tratti di boscaglia costeggiati da radure, una delle quali venne utilizzata per una sosta forzata dovuta al  surriscaldamento del radiatore e ai bisogni fisiologici dei passeggeri. Ormai si era fatta mezzanotte, l’autista ebbe pietà e lo lasciò direttamente all’aeroporto.  Il volo successivo, per Bali partiva alle nove del mattino; comprò il biglietto su internet e si rifece la spina dorsale allungato sul pavimento (ormai era a terra in tutti i sensi). Dormì un po’e altrettanto sognò:  Cotiche a forma di aereo masticate da un vecchio senza denti, gate di marzapane coperti di canditi, distributori di acqua dai quali zampillava solo tempo…

L’aereo era zeppo e la temperatura alta. Lui si chiedeva come facesse il tizio a fianco a resistere: indossava un giaccone imbottito come una trapunta, oltre a uno smartphone per ognuna delle mani (Chissà se fosse nato con tre o quattro braccia, si chiese), due grossi anelli d’oro che guarnivano altrettante grosse dita e una catena al collo che era così doppia da trattenere un molosso. Aveva deciso di prendersela con tranquillità: lo stress degli ultimi giorni era stato forte, doveva assolutamente entrare in fase zen. Per cui si guardava intorno analizzando l’ambiente e la gente che lo circondava.

Bali era molto trafficata, la zona di Kuta, poi, era piena di vita a qualsiasi ora: alberghi di lusso, catene di ristoranti famosi, bancarelle con la solita paccottiglia rigorosamente cinese e altro…

“HEI SIR, VIAGRA, CIALIS, WOMAN, GIRL, MAYBE BOY?”

Si era sentito con Antonio il quale gli aveva spiegato com’era la situazione politica tra Indonesia e Timor Leste. Quel bel po’di antica tensione faceva si che i voli della compagnia di bandiera indonesiana, per Dili, fossero autorizzati periodicamente e che era meglio cercare il volo tramite un’altra compagnia aerea. Oltre ciò, gli disse di sbrigarsi perché non poteva aspettarlo ancora per molto.

La spiaggia di Kuta era lunga e ne approfittava per fare altrettante passeggiate, mentre scandagliava il web alla ricerca di un volo, la fase zen stava per crollare, era quasi andata a farsi fottere… 

SRIWIJAYA AIR FLIGHT BALI INTERNATIONAL AIRPORT  NGURAH RAI (DPS) TO DILI INTERNATIONAL  AIRPORT PRESIDENT NICOLAU LOBATO (DIL) DEPERTURE  10:45.

ULTREIA SUSEIA DILI!

Antonio era fuori che l’attendeva «Dai sbrigati, sono cinque giorni che ti aspetto!». Gli presentò Sabele, montarono su un taxi e si diressero al porto, salirono a bordo, salparono l’ancora e puntarono a ovest: pronti ad attraversare l’oceano Indiano.

¹ Ultreia, suseia, Fisterra: Forza, resisti, più avanti finisce il cammino. Viene usato dai pellegrini che fanno il Cammino di Santiago e proseguono fino a Finsterra.

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Fitzroy

Fitzroy El Chalten

     I cespugli le schiaffeggiavano il viso, mentre avanzava con forza riparandosi la testa con le braccia; ogni tanto i capelli le s’impigliavano in qualche ramo ed era costretta a fermarsi per districarne l’intreccio. Aveva le gambe graffiate e rimpianse, ancora una volta, di non aver messo i pantaloni lunghi quella mattina, ma la giornata era serena e faceva caldo. Si fermò a una biforcazione con al centro un vecchio albero inclinato: segno che  il vento lo teneva costantemente sotto continue raffiche. Era indecisa se prendere a destra o a sinistra; notò che il sentiero a destra degradava lentamente e l’imboccò senza neanche starci molto a pensare.

Come aveva potuto fare un errore così madornale? Perché aveva deciso di ridiscendere la montagna attraverso il bosco e non lungo il sentiero principale? Anche se quell’uomo sembrava che la seguisse a distanza. Perché era convinta che avesse strane intenzioni? Quello sguardo non le piacque, c’era qualcosa in quegli occhi che le fecero venire i brividi: occhi malefici, bramosi…

Si convinse che la scelta di prendere per il bosco era stata giusta. Ma la vegetazione era così fitta che a stento ci passava la luce. La luce… ancora per poco: il crepuscolo si approssimava ed era piuttosto veloce in quella parte del globo. Eppure quel lato della montagna sembrava così facile e il bosco così  invitante e sicuro che non le passò neanche per la testa il sospetto di potersi smarrire.

Era stanca, camminava dall’alba; si era fermata in vetta solo mezz’ora, il tempo di fare le foto. Dio, quante ne aveva fatte di foto. Un’infinita! Ma era un’occasione da non perdere: cielo terso – anche se veniva chiamata la montagna che fuma per le frequenti nubi che si addensavano sulla sommità –  il ghiacciaio che brillava degradando sul lago e quel picco incredibile e maestoso, tutto là, davanti ai suoi occhi incantati. Un mese prima non ci avrebbe mai pensato di trovarsi in quel luogo straordinario, sola, a migliaia di chilometri da casa.

Si era fermata dal giornalaio  come tutte le mattine per acquistare il quotidiano e lo sguardo le cadde su quella rivista che splendeva con la sua singolare patinatura che profumava di stampa fresca. La foto mostrava un picco riflesso su un lago magico. La mano partì senza ricevere nessun tipo di impulso e agguantò la rivista come se fosse l’unica copia esistente al mondo. Prese la metropolitana, si aggrappò al palo al centro della piattaforma davanti alla porta e inizio a sfogliare la rivista avidamente. Arrivata a destinazione aveva già deciso dove sarebbe andata in vacanza il mese successivo. Passò la giornata chiusa in se stessa a far diventare le immagini di quella rivista un qualcosa di tridimensionale, aiutata anche da alcune ricerche fatte su internet nella pausa pranzo. Uscita dal lavoro si diresse velocemente in un’agenzia di viaggi prima che chiudesse, sedette davanti all’impiegato e con un largo sorriso gli mostrò la foto della rivista. Tornò a casa con un voucher in più e con duemila euro in meno sul conto corrente, ma era felice.

Le ombre si allungavano lente ma inesorabili, aumentò il passo come se volesse sfuggire alla notte che si apprestava a coprire la Patagonia. Il picco del Fitz Roy ormai non si vedeva più e lei non sapeva ancora se imboccando quel sentiero aveva fatto la scelta giusta. Ripensò all’albero che aveva incontrato qualche ora prima e calcolò che se il vento spirava dalle vette e  l’albero era inclinato verso sud, prendendo a destra, allora… La rivelazione fu come un pugno nello stomaco che le tolse il respiro e la fece inchiodare lì ferma e con le lacrime che le scorrevano sul viso tormentato dai graffi: aveva sbagliato strada! Cadde in ginocchio con le mani sulla faccia, avvinta dalla disperazione. La luce ormai era calata e i primi suoni notturni iniziarono a invadere il bosco. Si rialzò titubante e ritornò sui suoi passi: aveva visto una specie di piccola radura poco prima e decise di raggiungerla per passarci la notte. Il freddo le mordeva le carni già da un po’ quando uno strano rumore si fece strada nella fitta boscaglia. Una sagoma scura le si materializzò davanti, riconobbe l’uomo dall’odore di fumo misto al sudore che emanava. Si ritrasse contro un tronco caduto, sperando di diventare invisibile. L’uomo diede fuoco alla torcia, il cui bagliore la investì in pieno e il terrore la pietrificò lasciandola inerme. L’uomo cominciò a parlarle in una lingua mai udita; con una tono di voce basso, roco, come una cantilena ipnotica. Lei iniziò a retrocedere e superò il tronco senza mai dargli le spalle. L’uomo avanzò continuando a parlarle in quella lingua sconosciuta, mentre lei continuava a indietreggiare. Finché uno spuntone di roccia non le bloccò la ritirata. A quel punto l’uomo le artigliò le caviglie, lei cercò di divincolarsi vibrando calci come un’indemoniata, ma l’uomo era più forte: le diede un schiaffo e la fece sbattere contro la roccia. Ormai, stordita, era là là per perdere i sensi. Senti che l’uomo le allargava le gambe, strappandogli gli short. Lei, inebetita, cercò di difendersi artigliandogli il viso più volte e ficcandoli le unghia negli occhi. Il grido di dolore dell’uomo attraversò tutto il bosco, ma la reazione fu immediata: un pugno in pieno viso la fece risbattere contro la roccia e perse i sensi.

Il piccolo ospedale di El Chalten  era una struttura in legno di settanta metri quadri e non era molto attrezzato, era solo un presidio per eventuali incidenti in montagna, i casi più gravi venivano trasferiti a Santa Cruz, a quattrocento chilometri. Era gestito da un medico e una infermiera. I due erano sul portico:

” Come sta l’italiana?”, chiese l’infermiera.

” Stamattina l’ho visitata: sta migliorando.”

” Madre de Dios, che avventura… “, ribatté la donna.

” Per fortuna che quell’ infame non è riuscito a portare a termine il suo piano. Se Pedro e Carlos non si fossero trovati lì…

” Ma come è andata esattamente?”

” Si era fatto buio e i ragazzi avevano deciso di attraversare il bosco per scendere più presto a valle. Improvvisamente hanno sentito gridare e si sono diretti da quella parte, poi hanno visto la luce di una torcia e la sagoma dell’infame che stava sopra di lei. Lo hanno bloccato e legato a un albero. Poi hanno chiamato le guardie e sono scesi a valle con la donna, lasciandolo là.”

” Ma lui chi è, lo conosci, dottore?”

” È uno che si aggira da queste parti. Dicono che sia un Fuegino”

” Ma i Fuegini sono estinti da tempo, possibile… ?”

” Non lo so, il fatto strano è che quando sono tornati era scomparso, hanno trovato solo la torcia. Il problema è che la torcia non è elettrica, è una vecchia torcia di legno con le testa di sego”

” Vergine Santa… che storia strana. Per fortuna che lei ha gridato.”

” No, non è stata lei ha gridare, è stato il Fuegino.”

” Come? Perché non ha gridato?”

” È muta.”

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Garbage watching

Venite, venite, accomodatevi; prendete posto a bordo. Basterà appena uscire dal porto e già comincerete a vedere i più begli esemplari della nostra zona. Prego signora prenda posto che si parte…

Leggi tutto “Garbage watching”

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Come cani che si annusano

Il film era poco interessante, ma alcune scene erotiche spinsero la mano di Nadia a scivolare sotto il giaccone di lui. Il pene gli s’ingrossò immediatamente, premendo con forza contro la lampo chiusa.  Leggi tutto “Come cani che si annusano”

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11.03.2011 – 14:46

 I tonni erano distesi l’uno accanto all’altro sul pavimento lucido. Hiroshi non si era ancora abituato completamente a quelle bestie prive di testa e di coda: gli trasmettevano sempre una sensazione di disagio.  Leggi tutto “11.03.2011 – 14:46”

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Vento del nord

Il vento del nord aveva iniziato a soffiare presto quella mattina. Dalle montagne arrivavano spruzzi di neve in direzione del mare. Leggi tutto “Vento del nord”

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Itineranti

In quei giorni giravamo per le piazze di piccole cittadine di provincia, ma quella domenica decidemmo di restare fermi. Ci sedemmo intorno al tavolo a stappare idee nuove insieme a qualche birra. Leggi tutto “Itineranti”

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Tacchi

L’avanzare di tacchi rimbalza tra le pareti dietro l’angolo, mi entra in testa e si espande, come questa pioggia sul marciapiede che dilaga senza ostacoli. Sembrano tacchi da otto. Leggi tutto “Tacchi”

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Mostri marini

Sorseggiamo il caffè scambiandoci strane congetture sui mari e i mostri marini. Sei convinto che esistano ancora, i mostri marini. Continui cercando di convincermi che la tua teoria strampalata sia genuina, e insisti con quella voce da venti sigarette al giorno

Leggi tutto “Mostri marini”

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