Sale in zucca

Barbate- Guadeloupe su Elmo’s Fire , novembre 2011:

01 novembre 2011

Sono le 03:30, è più di un’ora che mi giro e rigiro come uno spiedo. Ho avuto brevi incubi: piccole e brutte storie senza finali. Ieri sera abbiamo subito due strambate involontarie che hanno fatto tremare tutta la barca. Vittorio è riuscito a mantenere la calma e a riportare tutto come prima…

Gocce di tempo scorrono sopra l’oceano; anche questo bicchiere si riempirà prima o poi…

02 novembre 2011

Sveglia alle 05:50, i turni che mi sono toccati mi permettono di godere sia dell’alba sia del tramonto. C’è poco vento, le vele sbattono e la barca rolla…

…abbiamo filato tre lenze da quando siamo partiti, ma di pesci neanche l’ombra; da Barbate a Gran Canaria, invece, in appena due ore di navigazione abbiamo preso tre bonitos e tre dorados. Eppure la zona è pescosa: da stamattina ci sono sardine che saltano, gabbiani a pelo d’acqua  e delfini che gironzolano…

Ovatta nel cielo, riccioli bianchi sul mare: l’atlantico!

03 novembre 2011

Andiamo con spi, c’è poco vento anche stanotte. Abbiamo percorso poco più di 500 miglia: la media è bassa. Infatti Ugo ha deciso di non scendere oltre Capo Verde – come era da programma – ma di virare appena prima.

Pesci volanti planano sulle onde…

06 novembre 2011

Dopo vari tentativi andati a vuoto, stamattina finalmente abbiamo pescato due  lampughe e nel pomeriggio un tonno. Ho messo tonno e lampughe tagliate a strisce in una marinata con olio, aceto, limone, vino bianco, aglio, peperoncino e erbe aromatiche, le ho cotte pochi secondi  nella padella antiaderente… ovazione dell’equipaggio!

07 novembre 2011

Ancora fiocco, comincia a fare caldo; le giornate hanno assunto una loro cadenza classica; il tema degli argomenti è sempre lo stesso: storie di mare, il tempo, il cibo…

Soffritto di stelle.

Luna alla piastra.

Mousse di oceano.

Frutta di mare.

E nelle pieghe delle onde tu.

08 novembre 2011

Lo spi si è strappato di un paio di metri e abbiamo messo su il fiocco. Superate le 1300 miglia: quasi al giro di boa. Sono un paio di giorni che è scomparsa l’onda oceanica, ma tornerà.

I giorni scivolano sull’atlantico, intorno a me un oceano che canta, scorrono le notti umide con spruzzi di plancton lucente, qualche stella brilla più delle altre, mentre Venere rincorre Giove che si nasconde là, sotto l’orizzonte…

11 novembre 2011

Abbiamo messo la carbonera con fiocco e trinchetta. Cucino barracuda fritto e verdure, poi lascio che la giornata continui per la sua strada.

Intanto l’oceano si srotola sotto la chiglia mentre il cielo corre verso ovest; poi la notte cala con il suo velo d’inchiostro bucato da lucciole immobili; infine sorge la luna, ormai colma di luce, che ci osserva dal suo primo quarto. E di nuovo il ciclo si ripete.

13 novembre 2011

Mancano 630 miglia all’arrivo, dovremmo esserci entro giovedì 17 mattina. Oggi è il compleanno di Nico; gli ho montato un video come regalo e Antonio gli ha fatto il dolce (crostata di confettura di frutta). Sono finiti  giorni con due cifre. Ancora con spi, carbonera e trinca. L’alba stamattina è stata  infuocata…

Note che galleggiano sul mare; un sax che suona tra le onde dell’oceano, mentre l’aliseo se ne impossessa e le porta via con sé.

15 novembre 2011

Spi e trinca con poco vento. Ieri siamo andati quasi tutto il giorno a motore…

Il sole ai tropici cala così velocemente che si sente il tonfo.

Il mio mondo continua a oscillare sull’acqua, dondola sui flutti sotto cieli equatoriali, cieli che producono masse d’aria calda e umida che condensa e forma tempeste tropicali e uragani.

16 novembre 2011

Mancano 200 miglia. Un groppo di oltre i 35 nodi ci ha tenuti impegnati un paio d’ore con randa con due mani e trinca. Poi ci ha mollato inesorabilmente: ci stavamo divertendo, abbiamo anche pescato una lampuga andando a 12 miglia!…

…un sole bianco, ritmi tribali che escono da un palmeto e rimbalzano sopra  le onde di un mare d’acciaio, una voce lontana…visi…

17 novembre 2011

Mancano 70 miglia; l’arrivo è previsto in serata. Stanotte ci sono stati vari cambi di vele. Ora andiamo con spi a 7/8 nodi. Giornata buona, sgombra di groppi minacciosi. Sì, non la vedo ma la sento: è terra.

Tutto si consuma: i pasti, gli oggetti, le macchine, i metalli, le pietre, la carne, la pelle, le ossa, il tempo, la vita…

18 novembre 2011

Siamo arrivati alle 18:00 a Marie Galante. stiamo qui due giorni e poi andiamo a Guadeloupe.

Ci dev’essere qualcosa oltre quella linea; qualcosa che giustifichi tutto questo mare intorno a me; qualcosa per cui sia valsa la pena di attraversarlo, tra onde frangenti e venti sibilanti. Qualcosa che profumi di diverso, di nuovo. Ci dev’essere qualcosa dopo questo lungo oceano.


Oceano Indiano su Bimaiself, settembre ottobre 2015:

09 settembre: siamo partiti alle 08:15 ora locale, vento da NE di 15kn, alle 13:15 diamo motore. Mare poco mosso, navighiamo lungo l’isola di Timor per qualche giorno…

LO YENKEE SBATTE, MENTRE L’INDIANO LO SCHIAFFEGGIA SPRUZZANDOGLI ADDOSSO IL SUO MALESSERE.

12 settembre: percorse poco più di quattrocentosessanta miglia, vento ESE, rotta 270°; fiocco tangonato e randa a farfalla. Abbiamo pescato una lampuga di circa tre chili; l’ho cucinata con cipolla tirata con un po’ di vino rosso, tipo una genovese. Rolliamo e mustafà non tiene bene la rotta, lo blocchiamo e mettiamo gennarino (il secondo pilota automatico). Dormo a poppa, ma i rumori sono ossessionanti, difficile riuscire a dormire; l’Indiano è l’oceano dei monsoni. È notte, vedo la Croce del sud, non esattamente a sud, e altre costellazioni che non conosco a queste latitudini, tranne Orione che si fa spazio sul tardi. Notti di stelle, con il cielo senza luna, mentre la scia si allunga giorno dopo giorno.

14 settembre: rotta 270°, velocità sei nodi, vento SE. Ore 02:17, sono di guardia sotto un cielo di stelle vecchie e nuove. Spica sembra che brilli più di Sirio in un susseguirsi di colori che vanno dal rosso, azzurro e bianco; sembrano diamanti colpiti da un raggio di luce nel buio. Siamo alla fine del quinto giorno di navigazione. Notti di plancton che surclassano il cielo stellato.

CRESTE DI MARE
RIFLESSI ARANCIONI
IL SOLE CALA

CERCO LA GIOIA
SUL MARE SCONFINATO
MENTRE ONDEGGIO

NOTTI DI PLANCTON
SURCLASSANO IL CIELO
COLMO DI STELLE

18 settembre: siamo arrivati a Christmas Island alle 07:40, insieme ad altre barche della WORLD ARC .

L’isola è una briciola della vasta torta Australiana. Famosa per la migrazione dei granchi. Più vicina a Java che all’Australia. Chiamiamo la dogana per  radio, la quale arriva a bordo intorno alle 09:45: quattro omaccioni in divisa blu, di cui uno maori, saliti a bordo ci chiedono se abbiamo armi o droghe ‒E gli episodi di Airport Security Australia, mi sfilano in testa uno per uno. Precisi, professionali, cordiali…

LA MAESTRA AVREBBE BISOGNO DI UNA MANO: REGGEREBBE MEGLIO IL PASSO. INTANTO IL VENTO FA IL SUO MESTIERE.

21 settembre: Assaggiato Christmas Island siamo partiti e mi è venuta un po’ di nausea. Non ho mangiato per cinque giorni e non  sono andato in bagno. Poi ho iniziato a mangiare, un giorno si e un giorno no.

“IL MARE RIBOLLE, PESCI MANGIANO PESCI”

25 settembre:  Siamo arrivati a Cocos Keeling alle 07:20. Solita prassi: radio, controlli, dogana…

Un posto bellissimo, abitato da meno di seicento persone su due differenti  isolette, da una comunità  Malese e una Australiana. Raccogliere un cocco, privarlo della parte esterna su uno spuntone di ferro, romperlo, berne il succo e poi mangiarne la polpa, ti fa sentire vivo.

Zanzare tigri con i denti a sciabola.

30 settembre: partiti con una meteo che sembra buona.

Incredibile l’umidità che ci avvolge in questi giorni: sguazziamo nell’umido appiccicoso come papere in una vasca melmosa.

SPRUZZI DI LUCE
SUL MARE ONDEGGIANO
POI SI DISSOLVONO

15 ottobre: arrivati a Rodrigues alle 11:40. All’ingrasso per tre giorni. Isola molto creola.

18 ottobre: partiti per Mauritius…

21 ottobre: Mauritius.

Sono un avventore avventato in cerca di avventura.

                                                                                   SONO SOLO…

Sono solo, Emilio è partito…

Gibilterra: un pezzo di roccia a sud della penisola Iberica; un pezzo d’Inghilterra che sonnecchia adagiata su vecchie storie di mare; qui l’aria n’è permeata, tutto parla di imprese avventurose e di audaci capitani che sfidavano gli oceani. Ecco, la Rocca: un imponente promontorio che si allunga come un dito accusatore verso l’Africa. Provo la stessa sensazione degli antichi marinai che avevano paura di superare le Colonne d’Ercole, convinti che si precipitasse oltre la fine del mondo.

Anahita riposa tranquillamente ormeggiata al pontile dello Sheppard’s Marina. Il momento è arrivato, l’ansia dimora nella mia mente già da un po’: sto per affrontare l’Atlantico da solo per la prima volta, e ho paura di precipitare oltre l’orizzonte.

Anahita mi guarda e sembra chiedermi verso quale avventura la stia portando. Già è un motivo d’orgoglio vederla qua, alle porte dell’Atlantico. Anahita, la maestosa, madre di Mitra, dea della fertilità e della maternità, colei che nutre, colei che protegge, colei che governa gli eventi atmosferici: l’equivalente latino di Immacolata…

E’ buio, chissà quanto tempo sono stato sul pontile a guardare la mia barca? E’ tempo di andare a letto, domani all’alba si parte.

C’è un’aria tranquilla, una leggera nebbia galleggia sull’acqua, e sembra che il mare la stia inalando. Ho deciso, calo sul pontile e porto le gambe a sgranchirsi per l’ultima volta; il Marina è deserto, solo qualche mattiniero come me che fa gli ultimi preparativi prima di partire. Sento il corpo attraversato da strani brividi, forse sono troppo teso, mi vedo come l’ultima foglia che cerca di restare aggrappata al ramo di un albero ormai spogliato completamente dall’inverno.

Mollo gli ormeggi, esco dal Marina lentamente e punto verso lo Stretto. Passo in mezzo a decine di grosse navi all’ancora nel golfo di Algeciras: giganti metallici che incombono su di me e Anahita facendoci sentire ancora più piccoli. Accendo la radio e ascolto il primo bollettino meteo del giorno: lo spagnolo è una lingua gradevole. Uno sciacquio sospetto mi distoglie, prendo la telecamera e vado a immortalare una coppia di delfini che giocano sull’onda creata a prua da Anahita. Alzo le vele, le metto a segno e dirigo verso l’avventura.

E’ il momento di far lavorare Mustafà: monto la pala a vento, tolgo il fermo, regolo la ghiera e lascio che lui trovi la giusta rotta.

Molti pensano che un navigatore solitario sia completamente solo, non è così: c’è la barca, che è la tua compagna di avventure, senza la quale non andresti da nessuna parte. Con la quale parli, non perché sei pazzo, ma perché la senti come un essere pensante, come una madre, una sorella, come una sposa. Lei ti sopporta e ti conduce in porti sicuri, chiedendoti solo di essere curata. Lei è il tuo guscio, il tuo bozzolo, la tua tranquillità.

Poi c’è Mustafà, che sta di guardia ventiquattro ore al giorno: non mangia, non beve, non parla, non dorme e conduce la barca con qualsiasi mare e in qualsiasi condizione, mentre tu sei al sicuro dentro il tuo guscio. Perché l’abbiano chiamato Mustafà, un timone a vento, non lo so, ma è sicuramente un compagno di viaggio indispensabile per un solitario. Come fai a sentirti solo? C’è molta gente che è più sola di me vivendo in mezzo ai propri simili.

Per colpa dei delfini, mi sono perso il bollettino meteo, il prossimo sarà tra sei ore. Questi sono errori che non si fanno.

Lo Stretto di Gibilterra sembra un’autostrada: barche, traghetti e superpetroliere che si incrociano continuamente in uno degli specchi d’acqua più trafficati del globo. Là, un branco di balene che a coppie si dirigono verso l’Atlantico, sono un po’ lontane, ma mi emoziono lo stesso. Queste sono scene che ti fanno pensare a un mare pieno di vita che viene costantemente inquinato dall’invadenza umana.

La radio stride ed emette il bollettino meteo: “…componente oeste fuerza cinco, marejada a fuerte marejada…”. Ci sarà un po’ di mare e vento contrario, dovrò risalirlo, speriamo che non aumenti.

Meglio che mi preparo un panino. Stare dentro a cucinare può essere pericoloso con tutte le navi che incrociano in questa zona. Mustafà non si sta comportando bene: Anahita va a zig-zag, c’è qualcosa che mi sfugge, la pala oscilla troppo, forse se mettessi un qualcosa di elastico che facesse da freno alle forti oscillazioni… Ecco, un anello fatto con un pezzo di camera d’aria può essere utile, proviamo. Adesso sì, va meglio, Mustafà lavora bene e la scia di Anahita è dritta come una spada.

Non riesco a rilassarmi, vorrei leggere, ma apro il libro e vedo solo dei piccoli segni neri incomprensibili che mi danzano davanti agli occhi. Mi sento irrequieto, devo rilassarmi, ma come si fa?

E’ il momento di attraversare lo Stretto, la parte più pericolosa. Le grosse navi che incrociano – anche se hanno tutta una serie di strumentazioni sofisticate a bordo – non badano molto a un moscerino che galleggia. Tarifa è ormai alle mie spalle, comincio a sentire il respiro dell’Atlantico, ma ho la sensazione che stia respirando un po’ troppo forte, e la cosa non mi piace. E puntuale il meteo elenca la sua nemesi: “…componente oeste fuerza ocho, mar gruesa aumentando rapidamente a muy gruesa…”. Rintocchi funerei rimbombano nella mia povera testa, finché un campanello d’allarme mi scuote facendomi destare da un torpore, seppur momentaneo ma intenso. C’è una sola parola per riassumere il bollettino meteo. Burrasca!

Ecco, l’Atlantico mi sta dando il benvenuto. Sono esattamente a metà strada tra una costa e l’altra, e sono esattamente in un mare di guai: è il caso di dirlo.

Tra poco farà buio, ho appena superato Tangeri e mancano sette miglia per Cap Spartel, se lo doppio ho più possibilità di farla franca, posso virare e prendere il mare di poppa.

Il respiro dell’Atlantico aumenta fino a diventare un soffio forte, e dopo un po’ uno sbuffo teso. Anahita inizia a risentire dello sforzo, la vedo che soffre: batte sull’onda pesantemente. Il mare continua ad aumentare, il vento spinge le onde nello Stretto, che aumentano a dismisura. Anahita arranca sempre di più; per fortuna che Mustafà resiste. Vengo sballottato da una parte all’altra del pozzetto nonostante l’imbracatura di sicurezza.

Ormai è buio, le luci sono lontane, sono solo fuori alla porta, ma l’Atlantico me l’ha chiusa in faccia. Adesso non ci sono più soffi, non ci sono più sbuffi, ci sono solo raffiche. Ululati che ci investono, che ci martellano e ci spingono indietro. Un suono familiare mi distrae, un suono che riesco a sentire nonostante il vento. “Sono Emilio! Mi trovo a Marbella, qui è un inferno ci sono cinquanta nodi di vento, e da te?”. Non gli rispondo, sono troppo impaurito, stacco il telefonino e mi metto al timone. Viro e punto sul porto di Tangeri.

Ci avviciniamo alla costa e le onde sono più alte e più micidiali di prima, cominciano a essere molto più ravvicinate e frangono inesorabili. Sballottiamo in acque burrascose col vento che grida nelle sartie. Ho le braccia indolenzite dalla tensione che il timone mi costringe a imprimere a ogni ingavonata. Mancano due miglia all’entrata del porto, siamo sopraffatti da treni di onde che ci martellano con accanimento. Vedo gli scogli che si avvicinano minacciosi, cerco di virare a sinistra, ma Anahita è preda dei frangenti e non risponde. Grosse gocce di sudore mi scivolano lungo la schiena in una notte buia e fredda. Mi aggrappo al timone e dò tutta la barra a sinistra, sono al limite delle mie possibilità, non so più cosa fare: siamo schiavi dei flutti. Un’onda anomala ci ghermisce e ci spinge verso l’alto, trasformando Anahita in un otto volante, perdo la presa sul timone e cado nel pozzetto battendo la testa su una sporgenza, sprofondo in un’oscurità momentanea che mi avvinghia cercando di trattenermi, mentre Anahita batte con forza nell’incavo dell’onda successiva e si traversa. Si aprono le cateratte e ci sommergono totalmente. E’ finita!

Un silenzio improvviso e sconosciuto ci avvolge completamente – come se una mano divina avesse posto una teca sopra lo specchio d’acqua in cui ci troviamo. Un provvidenziale vuoto d’aria permette ad Anahita di riprendersi, e con uno scatto felino recupera l’equilibrio, rimettendosi miracolosamente in rotta. Raggiungo il timone e mi ci lego come Ulisse al canto delle sirene. Tremo, mentre lunghissimi minuti segnano la distanza che ci separa dalla salvezza.

Ecco! Il molo di sopravvento, ci siamo quasi! Viro a dritta con decisione e, come una magia, tutto si ferma. Resto qualche secondo stordito e completamente inerme: mi rimbombano ancora nella testa allarmanti residui di segnali di pericolo registrati dal mio cervello, insieme a immagini disastrose e agghiaccianti. Tiro un profondo sospiro di sollievo e mi volto in direzione dell’Atlantico. E in lontananza, appena sopra le grandi masse d’acqua vedo una sfera gialla che si affaccia dietro le nuvole: è la Luna.

                                                                                Tangeri

E’ buio, sagome scure dai contorni vaporosi avvolgono la signora della notte. Ogni tanto s’illuminano squarciando il buio con saette accecanti, poi un successivo basso brontolio mi avverte che la natura sta ancora sfogando la sua collera.

Ci troviamo all’imboccatura del porto di Tangeri, alle estreme propaggini del continente Africano, siamo appena usciti indenni da un’infida burrasca. Il vento picchia ancora forte ruggendo sull’attrezzatura di Anahita, che nonostante sia priva di vele, rolla con preoccupanti inclinazioni; almeno adesso siamo al riparo dalle onde. Mi sono accorto di non avere la mappa particolareggiata del porto, il che significa che è come trovarsi in un labirinto, al buio, dove non si riescono a definire neanche le pareti. Procediamo attenti, ma con difficoltà, il motore ringhia per l’alto numero di giri che sono costretto a dargli per tenere Anahita in rotta. Mi guardo intorno cercando di capire dove dirigermi, ma una moltitudine di luci riflesse sull’acqua mi confondono senza darmi la possibilità di  individuare un bacino adatto alle barche da diporto. Vedo solo navi che sembrano enormi palazzoni illuminati a giorno che galleggiano sull’acqua smossa dal vento forte; nonostante l’apparente densità oleosa e la puzza che assale le narici. Sembra strano, ma sto pensando seriamente di virare e ributtarmi nella burrasca, credo però che Anahita ne uscirebbe danneggiata.

Là, una luce verde all’inizio di un braccio che si allunga fino a toccare quasi la banchina delle navi porta container. Veloce dirigo da quella parte, ma non si vede niente, solo le solite luci che si confondono in contorni di qualsiasi forma. Agguanto il binocolo con una mano, mentre con l’altra cerco di tenere il timone dritto per non andare a sbattere contro la banchina. Il terrore mi attraversa  il corpo, e sembra che continui la corsa trasmettendosi anche ad Anahita, che vibra tutta.

Un’entrata secondaria sembra indicarmi la possibilità di una successiva insenatura, ci infiliamo all’interno con la speranza di aver imboccato il bacino giusto. Sono stanco, la burrasca mi ha messo in ginocchio, Anahita se l’è cavata bene: si è scrollata da dosso quei perfidi flutti che cercavano di trattenerci tra le loro grinfie. Siamo stati ghermiti dall’oceano e poi ributtati indietro come un pezzo di polistirolo; ora siamo molto provati. E’ stato un battesimo di fuoco, anzi per essere precisi una cresima, e lo schiaffo non è stato per niente leggero.

Anahita avanza rapida, mentre la paura mi assale: sono in un porto sconosciuto, al buio, sotto raffiche di cinquanta nodi, perso in un labirinto di darsene e col motore a pieni giri per contrastare il vento. Al primo errore siamo a scogli!

Non ce la faccio più, sono a pezzi, ho le braccia indolenzite dallo sforzo, mentre le gambe non riescono più a sopportare il peso del corpo. Sono infreddolito e tremante e col morale sotto il livello del mare.

Finalmente intravedo alcuni alberi di barche a vela, ma non riesco a capire da dove passare. Vado avanti e dopo un po’ individuo un altro braccio che si apre a sinistra – pieno, per la maggior parte, di pescherecci d’alto mare; neanche loro sono usciti questa notte. Procedo in quella direzione e in fondo intravedo, sotto una luce gialla, degli spettri che si sbracciano. Un lampo di trionfo m’illumina il viso e punto, senza esitare, verso di loro. Alcuni uomini mi fanno cenno di accostare vicino ad altre barche a vela messe l’una a fianco all’altra, mi avvicino facendo ruggire il motore per contrastare la forza del vento – che non ne vuol sapere di mollare. Una decina di persone saltellano sopra le barche fino a raggiungere la più esterna. Lancio la cima di poppa e riprendo il timone manovrando per contrastare l’abbrivio di Anahita, e STUMP! In rumore atroce mi penetra fin dentro il DNA, mentre il motore si ferma.  Capisco immediatamente l’origine della tragedia: una cima si è attorcigliata intorno all’elica. Mi volto e vedo due marocchini che litigano in un misto di arabo e francese accusandosi a vicenda.  Le imprecazioni inviate da me all’indirizzo dei due sono simili a una raffica di mitra inarrestabile. Intanto Anahita inizia ad allontanarsi spinta dal vento, e io vado nel panico.

Eccomi qua, di nuovo nei guai, devo agire immediatamente prima che andiamo a sbattere chissà dove. Prendo una lunga cima, ne do volta un’estremità, e mi tuffo nelle acque buie e puzzolenti del porto. Metto la cima tra i denti e con lunghe bracciate raggiungo le barche ormeggiate, ma perdo la presa e vado sotto annaspando nell’acqua lercia, mi dibatto cercando di risalire e guadagnare aria, ma la cerata mi fa da zavorra e mi tiene sotto contro la mia volontà. Tolgo velocemente la giacca e allungo un braccio verso l’alto disperatamente, mentre con l’altro nuoto, ormai certo di affogare se non trovo un appiglio, e…

Una sirena circondata da una folta massa di peli biondi tatuata su un avambraccio grosso quanto una gamba mi afferra e mi tira su con una facilità incredibile. Il vichingo mi fa segno di non preoccuparmi e di pensare alla barca. Mi rituffo, raggiungo Anahita e corro a prua  per lanciare un’altra cima. Infine braccia amiche ci fanno accostare legando Anahita con sicurezza vicino alle sue sorelle. Un applauso con grida e fischi mi accoglie tra il gruppo di navigatori che mi hanno aiutato, mentre penso che c’è una solidarietà per mare che se ci fosse sulla terra il mondo sarebbe  un posto migliore.

Sono a cena su una barca di francesi, insieme a un olandese, una coppia di svedesi e due tedeschi. Siamo tutti di nazionalità diverse, ma parliamo la stessa lingua. Quella del mare.

                                                                       Gli ho dato un taglio.

Il buio si stava allontanando sbadigliando dietro l’orizzonte, quando cominciai a intravedere la sagoma lattiginosa di un’alta propaggine. Poi la radio gracchiò suoni incomprensibili e una voce metallica diramò il bollettino nella lingua dei marinai: “…vento da nord est con rinforzi  fino a trenta nodi, mare da mosso a molto mosso…”  Ammainai la randa, ridussi il fiocco e continuai verso l’imponderabile.

Poco dopo le prime sventagliate d’aria iniziarono a colpire Anahita facendola rollare pesantemente: mi trovavo nel canale che univa Gran Canaria e Tenerife, con rilievi che creavano un canyon sul mare alto oltre tremila metri. Il vento, incuneandosi tra quelle grandi pareti vulcaniche, accelerava fino a raddoppiare quasi la velocità. Anahita cavalcava l’onda con fatica sotto le raffiche incessanti, e io pregavo di superare al più presto quel passaggio infernale. Ma uno schianto feroce fece tremare Anahita in tutta la sua struttura facendole perdere la stabilità – mentre cominciava a ruotare su se stessa. Guardai verso prua e mi resi conto del disastro subìto dalla mia compagna di viaggio: lo strallo di prua si era completamente sradicato dalla coperta, strappando quel poco di vela che la teneva in asse. Ormai eravamo preda dei marosi. Legai la cintura di sicurezza e corsi a prua armato di coltello per liberare l’albero da quel groviglio di tela e cime. Ma la violenza del mare non ci dava tregua: le onde si susseguivano incalzanti, in un mare turbolento e insidioso, abbattendosi su di noi senza pietà. Lottai in un equilibrio instabile contro quella forza della natura che mi faceva cadere sul ponte a ogni ingavonata; mentre la sorte mi stava preparato un brutto scherzo: il coltello – come se avesse posseduto una volontà propria – tagliando l’ultima cima, continuò la sua corsa verso il basso e mi accorsi, in un misto di stupore e spavento, che mi ero procurato una ferita lunga e profonda sulla coscia sinistra, a poca distanza dall’arteria femorale. Paura mista a rabbia  percossero il mio corpo con un tremito irrefrenabile, seguito da alcuni attimi in cui neanche il frastuono della burrasca si sentiva in quella quieta perdita di contatto con la realtà. Uscii da quel breve limbo e misi in sicurezza l’attrezzatura, e dopo aver annaffiato il ponte con il mio sangue, legai una cima sopra la ferita per fermare l’emorragia. Ero a trenta miglia dalla costa con mare in burrasca, grosse onde ci investivano senza sosta, martellandoci continuamente. Folate raccapriccianti ululavano tra le sartie prive di vela, Anahita tremava mentre io ero sul punto di perdere coscienza. I minuti passavano lenti, ci mettevano secoli per formare un’ora, guardavo l’orologio con la netta sensazione che retrocedesse. Il mare ormai era diventato bianco, un bianco terrificante, mentre Anahita suonava clangori funerei sotto le raffiche insistenti.

E dopo molti secoli giunsi in vista del porto di Los Cristianos, allertai la Capitaneria descrivendogli le mie condizioni fisiche – se avessero saputo anche di quelle mentali oltre all’ambulanza, avrebbero mandato anche una camicia di forza: ero furioso e incattivito dalla tensione e condannavo la mia stupidità. Sono convinto che il terzo principio della Dinamica che afferma: “A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”  si possa applicare al mare, con una piccola variazione: “A ogni azione corrisponde una reazione doppia e contraria” . Il mare ti castiga con gli interessi a ogni superficialità commessa.

All’imboccatura del porto vidi un capannello di gente incuriosita vicino all’ambulanza, ma a questo punto necessita una descrizione minuziosa delle mie sembianze: avevo una cerata gialla tagliata e macchiata di sangue, il contrasto tra i due colori era impressionante. La barba incolta, le occhiaie e il viso sporco di sangue rappreso non contribuivano per niente a darmi un aspetto gradevole. Inoltre la cima intorno alla coscia mi faceva deambulare con difficoltà. Il tutto mi dava un aspetto strano: sembravo uno zombie indemoniato.

Un infermiere comparve tra la folla che si aprì come le acque del mar rosso, e facendomi adagiare sulla barella mi chiese: «Quiere beber agua?». «No, una cerveza!», risposi. Era l’unica cosa che desideravo in quel momento.

Dopo un numero imprecisato di punti di sutura e un numero imprecisato di ore al pronto soccorso, tornai in barca come un cane bastonato. Quella notte non chiusi occhio; c’era un solo pensiero che mi ronzava in testa: che, per via dell’incidente, avrei dovuto rinunciare a fare la traversata dell’Atlantico. Ero molto abbattuto. Le telefonate degli amici non mi aiutavano certamente a risollevarmi: tutti mi consigliavano di abbandonare l’impresa.

Il giorno dopo mia moglie era a Tenerife, mi guardò negli occhi e, sapendo cosa mi passasse per la testa, mi disse: «Vai, continua, realizza il tuo sogno perché sono sicura che ci riuscirai.»

La barca ora è a Martinica nelle Antille Francesi, ma questa è un’altra storia.

                                                                               Un’altra storia

L’Atlantico, una distesa d’acqua capricciosa come una donna, che ti ammalia con le sue lusinghe. Ti accarezza con il soffio dell’Aliseo che ti spinge leggero verso la meta, ma improvvisamente tira fuori gli artigli e diventa una fiera aggressiva e pericolosa, con sbuffi traditori e folate micidiali. Ti circonda con dolci colline d’acqua che degradano sotto la chiglia, ma senza preavviso le trasforma in montagne insormontabili e impervie, che si abbattono sullo scafo inesorabilmente, travolgendoti e trasformando il tuo sogno in un necrologio. Ma Anahita, la mia compagna di avventure, mi è stata fedele: non ha belle linee, ed è un po’ goffa, ma nonostante l’età avanzata mi ha condotto dall’altro lato dell’oceano, resistendo e sopportando continue sollecitazioni; reagendo con piglio deciso e lasciando sull’oceano una scia lunga tremila e seicento miglia. Cosa si può chiedere di più a una barca?

Dopo quattro lunghe settimane finalmente la meta: Mont Pelèe fa capolino dietro la foschia, sembra sorridere, un sorriso caraibico fatto di palme che svettano nel cielo azzurro cosparso di fiocchi di nuvole cotonate; di lunghe spiagge bianche e assolate; di un mare turchese e cristallino abitato da pesci multicolori; del profumo di spezie sconosciute e misteriose; di Steel Band che suonano a ogni angolo di strada e da un’aria calda e accogliente che ti avvolge come in un sogno.

Ho affrontato questa traversata con l’intenzione di superare da solo l’oceano Atlantico e tra episodi piccoli e grandi mi sono aggiudicato il primo round – dopo un incontro duro e senza esclusione di colpi. Ma l’incontro non dura un solo round e sono ancora lontano dalla meta, ci arriverò in serata.

E’ buio, l’entrata è difficoltosa: un dedalo di secche e reef che sulle carte nautiche è definito “cul de sac”, non bisogna conoscere per forza il francese per capire il significato di queste parole. Un budello cosparso di boe che segnalano il corridoio d’entrata del porto turistico di Le Marin. La prudenza mi consiglia di aspettare l’alba, l’azzardo mi incita a continuare: ascolto il secondo (sono stanco). Inizio a superare alcune secche seguendo attentamente le boe di segnalazione illuminate da un’intensa luce rossa: una, due, tre, quattro…dov’è la quinta? Quando realizzo l’errore, è ormai troppo tardi. Uno stridio sommerso mi fa accapponare la pelle, Anahita si blocca dando l’ultimo beccheggio in avanti e, arenandosi su un reef, resta immobile circondata da un oscuro silenzio. E’ una sensazione spiacevole, ho sentito la sofferenza della barca fin dentro le mie ossa. Il mare mi ha presentato il conto, calcolando un alto tasso di interessi. Ho abbassato la guardia e ho subìto un KO che mi ha steso al tappeto. Devo rialzarmi prima che finisca il conteggio! Provo a dare motore, prima avanti poi indietro, ma Anahita si appoggia su un lato soffrendo, e io insieme a lei. Piango, mi inginocchio, mi dispero, mi sento tutto l’universo addosso. L’arbitro continua a contare…sette, otto…è finita! Aspetterò l’alba per chiedere soccorso; un sogno infranto proprio sul finale.

Mont Pelèe non mi sorride più, è avvolto dal buio. Le palme, le spiagge bianche, le spezie, il mare turchese, sono scomparse dalla mia fantasia, mi resta solo il vento, caldo e costante…il vento? Che stupido, sono uno stupido! Come ho fatto a non pensarci prima? E’ una manovra rischiosa, ma possibile! Perché non tentare, tanto, male che vada, Anahita non si sposta più di tanto. Armo la randa e tiro su il fiocco e resto in attesa di un buon rinforzo di vento. Ecco! Ora! Cazzo le cime a ferro e Anahita si inclina, e lentamente comincia a spostarsi liberandosi dal giogo e portandosi verso acque più profonde. Un urlo liberatore si ripercuote nell’oscurità, sciogliendomi lo stress accumulato fino a pochi minuti prima. Mi sono rialzato prima che l’arbitro finisse di contare, e con un gancio ben piazzato ho abbattuto il mio avversario. Siamo pari!

Fatto l’ormeggio, m’incammino sul pontile in cerca di qualcuno con cui parlare dopo tante settimane di silenzio, ma sono le tre di notte e in giro non c’è nessuno. Torno in barca, ma il sonno non arriva. Strano che dopo aver desiderato per giorni di farmi una bella dormita adesso non ci riesca.

Sono a Martinica, Anahita è ormeggiata e riposa, e io sono sveglio.

                                      Chi nu tene curaggio nu se còcca che e femmene belle

Eccomi qua, di nuovo su Anahita, a fare e disfare; a organizzare tutto l’organizzabile, a cercare, senza trovarlo, il punto debole che potrebbe trasformare l’avventura in una tragedia. Passando le ultime ore, prima della partenza, a chiedermi se è una follia il ritorno in Atlantico da solo su un guscio di circa dieci metri. Ma è troppo forte la voglia d’avventura.

Sono pronto, la paura mi viene a trovare, le dico che non è invitata ma lei se ne infischia e diventa quasi un ospite fisso; la ignoro e mi dedico a studiare la rotta per il ritorno. Compro sette stecche di sigarette, e alle 11:00 del 27 maggio parto da St. Marten, Caraibi

‒ convinto di aver lasciato la paura sul pontile ‒ e faccio rotta verso le Azzorre: duemilaquattrocento miglia da percorrere in circa ventidue giorni. La giornata è splendida l’aliseo mi accompagna con dolcezza, comincio a rilassarmi e mi accendo una sigaretta (sarà l’ultima. All’improvviso il tempo comincia a cambiare, vedo grosse nuvole che si ammassano sull’orizzonte, il vento aumenta, il mare s’ingrossa; riduco le vele e mi appresto a passare la prima notte insonne. Fulmini in lontananza, la nottata è lunga e non fa sperare in niente di buono. Provo a mangiare qualcosa, ma è impossibile, mi sento come dentro una betoniera. Mi accuccio in un angolo e m’impongo di pensare a cosa fare, ma… niente, non posso fare niente, tutto quello che potevo fare, l’ho già fatto. Resto in attesa prima o poi dovrà finire.
Le notti insonni aumentano, dopo una settimana sono ancora in balìa del maltempo. Mangio quando posso, dormo come posso. I bollettini meteo sono scoraggianti e si prevedono peggioramenti. Alle Bermuda, seicento miglia dalla mia posizione, ci sono ripetuti avvisi di burrasca; intanto la perturbazione si sposta verso la mia rotta. Una barca a vela tedesca, con cinque persone a bordo, ha perso il timone e va alla deriva per l’oceano.

Toc! Toc! La paura bussa, sprango la porta, ho problemi più importanti. Anahita rolla ininterrottamente, l’interno è tutto bagnato, fa freddo e sono intirizzito, cerco di coprirmi con più indumenti possibili; le onde s’ingrossano e cominciano a frangere ‒ qualcuna anche all’interno. La mente lavora, poi vola e si lascia trasportare dalle onde. I minuti si susseguono alle ore, le ore ai giorni, i giorni alle settimane.

L’alba del 22 giugno mi regala finalmente una giornata tersa e un mare amico. Oltre la foschia, la sagoma di Pico, l’isola di un arcipelago sperduto in mezzo all’oceano Atlantico: le Azzorre. L’arrivo a Faial è previsto tra circa sette ore. Finalmente mi rilasso e comincio a godermi quelle rimanenti ore di navigazione tranquilla. Avvisto un gruppo di Delfini con il ventre rosa, dopo un po’ la coda di un Capodoglio che s’immerge…

Alle 14.00 arrivo a Faial; faccio l’ormeggio e mi avvio verso l’ufficio della capitaneria con la sensazione di camminare sollevato da terra. Forse è il mal di terra? No, è la mia anima che vola: la tappa più dura è finita e io sono raggiante; tutto intorno a me risplende.
Il porto turistico è ben attrezzato, ottimo rifugio e meta di tutti i navigatori atlantici. Il punto di ritrovo è nel “fumoso” bar Café Sport di Peter, dove tra una birra e l’altra, in una Babele di lingue, la gente si scambia esperienze e storie di mare. Il fascino di questo porto turistico si manifesta lungo tutta la scogliera frangiflutti, dove ogni equipaggio lascia il proprio disegno, perché, si racconta, se non lo fai la malasorte ti perseguiterà. Tutti quei disegni sono una vera esplosione cromatica, c’è ne sono di bellissimi, di ogni forma e colore, creati da gente che viene da tutte le parti del mondo. Questa isola è in pratica la Mecca dei navigatori atlantici. Mi metto alla ricerca di colori e pennelli per assolvere al mio dovere di pittore: il disegno fa schifo, ma va bene lo stesso. Stasera bistecca e patate fritte, le sogno da tempo.
Mi trastullo qualche giorno, poi mi dedico ad Anahita con perizia. Mancano ancora milleduecento miglia, non bisogna abbassare la guardia. Decido di fare una tappa intermedia da Faial a Sao Miguel, di centocinquanta miglia, poiché il tempo non mi convince molto.
Giunto, finalmente, a Sao Miguel dopo un’altra prova di forza, riorganizzo Anahita giacché l’ultimo tratto ci ha “rimescolato gli interni” e resto in attesa alcuni giorni di un bollettino meteo favorevole. Dopodiché mi rimetto in navigazione per altre mille miglia verso la mia ultima tappa.

Ricomincia il ballo: pioggia, vento forte, onde alte; musica già ascoltata. Più vado avanti e più peggiora. Oltre al maltempo devo stare attento anche alle navi, che in questa zona incrociano a centinaia ‒ e di tutte le dimensioni. Stringo i denti e subisco senza fiatare.
Anche in questo tratto l’oceano ha messo a dura prova sia me sia Anahita. Il mare grosso e il vento forte, mi hanno fatto stare in pena, sulla mia rotta sono riuscito a evitare due brutte depressioni. Alla fine la depressione ha colpito anche me, ma non quell’atmosferica.
Dopo cinque giorni sono stremato, decido di puntare su Lagos in Portogallo, è più vicino. Ci arrivo di notte e, per la mia negligenza, rischio di andare a scogli. Passata la paura, resto in zona in attesa che anche questa perturbazione passi. Mancano solo cento miglia per il Mediterraneo e finalmente il 7 luglio si chiude il cerchio, sono a Gibilterra.

Sono disteso al sole e mi viene in mente una scena della mia infanzia: ero piccolo e stavo al mare con i miei, mio padre m’incoraggiava a entrare in acqua per insegnarmi a nuotare, ma io ero spaventato e gli dicevo: «Papà non ci riesco ho paura». E mio padre mi esortava rispondendo:
“Chi nun téne curaggio nun se còcca che’ e femmene belle”.

                                                               

    

                                                             

       

 

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