Itineranti

In quei giorni giravamo per le piazze di piccole cittadine di provincia, ma quella domenica decidemmo di restare fermi. Ci sedemmo intorno al tavolo a stappare idee nuove insieme a qualche birra.
Pioveva, forse troppo, il posto era umido e la campagna stava diventando un acquitrino. Non la biasimavo la gente, anch’io sarei rimasto chiuso in casa. Non era una cattiva compagnia la nostra, eravamo tutti abbastanza bravi e abili nelle rispettive discipline, ma indisciplinati nelle rispettive aspettative: troppe teste, ognuna con sogni e bisogni diversi. Certo che tenere incollati in un solo gruppo ventotto persone non era impresa facile. Facevo il clown da tanto di quel tempo che quasi non ricordavo la mia vera faccia. Pensate che quando nacqui mio padre mi appiccicò una pallina rossa sul naso. Animali? No, niente animali nella nostra compagnia, solo persone e qualche nano. Avevamo un alto concetto della libertà, talmente alto che la nostra itineranza si riduceva a un solo giorno di spettacolo per ogni posto. Poi raccoglievamo tutto e ci spostavamo in un altro luogo. Il Nano diceva sempre che gli spettatori ci correvano dietro. Aveva l’abilità di mettersi nei guai in ogni occasione, il Nano. Infatti quella notte, quando non lo vidi tornare, pensai al peggio. Era stata la mia spalla negli ultimi dieci anni, avevamo condiviso tutto, anche il letto. No, non stavamo insieme, per me era come un fratello minore, in tutti i sensi. Anche se ho sempre pensato che il Nano avesse qualche vizietto, era, come dire? Ambidestro, ecco! Ce l’aveva così grosso… esattamente uguale alla forma della pistola fatta con le dita: lui il pollice e il suo coso l’indice. Forse per questo molte donne gli correvano dietro, ma dovevo ancora scoprire il perché lo cercassero anche quei loschi figuri…
Insomma quella notte il Nano non lo vedemmo rientrare e quindi sguinzagliai i ragazzi per tutti i bar e le discoteche della zona.

All’alba smontammo tutto in silenzio, ognuno di noi era chiuso nelle sue opinioni. Conoscevamo bene l’irascibilità del Nano ed eravamo tutti molto preoccupati per lui. Io stesso, in più occasioni, l’avevo tolto dai guai. Ricordo una sera che fece questione con una montagna di muscoli alta due metri. Sapete quei tipi tutte borchie e tatuaggi? Insomma  dopo uno scambio di battute pesanti il tizio gli disse che non l’avrebbe menato solo perché era un nano. Il Nano odiava essere chiamato nano. Ogni volta che sentiva quell’appellativo s’infuriava più di una mandria di tori. Vidi saltare il Nano da fermo –  incredibile come possa un uomo alto un metro e venti, saltare su un bancone alto un metro e cinquanta – armato di una bottiglia piena di ottimo rum e sfracellarla su quella testa pelata grossa come un melone. Ci fu un momento di silenzio che attraversò tutto il locale. Conoscete quel silenzio greve, pesante, quel momento in cui la lingua dimentica la sua attività primaria? Approfittai della situazione, misi il Nano sotto il braccio, e lo portai fuori.

Gli anni sono passati sotto di noi, portandosi via i sogni e qualche capello dal bulbo indebolito. Qualcuno è partito, qualcun altro è tornato, la gran parte è restata. Poi la compagnia s’è sciolta.

E io mi sono lasciato trainare come una macchina sbiellata da finti entusiasmi. Adesso lavoro in una tivù privata. Faccio la pubblicità per un grossista che importa giocattoli dalla Cina. Il Nano, vi chiederete voi? Sì, l’ho rivisto il Nano, proprio stamattina, sulla cronaca nera di un giornale di qualche anno fa. La pagina è stata usata per coprire un buco in uno sgabuzzino adibito a camerino: il mio. Il Nano era steso su un tavolo dell’obitorio; l’articolo diceva che era morto dissanguato con il pene tagliato in due e, stretto nella mano destra, aveva due carte da gioco: la regina di cuori e l’asso di picche.

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