IL SIGILLO DI LUCIFERO

​ Il monile che le adornava il collo – un triangolo a forma di calice con una X al centro e una piccola V alla fine – era di un argento troppo lucente su quella pelle bianca. Aveva già visto quel simbolo, ma non ricordava dove né in quale occasione.

Quell’oggetto gli diede una sensazione divampante: come un fuoco ancestrale che gli assaliva l’anima. Dopo un po’ gli venne in mente: sembrava il logo di Google Play, ma ruotato di quarantacinque gradi verso destra. Non era solo quello a ronzargli in testa, c’era dell’altro, forse era un simbolo che aveva a che fare con la ribellione, con l’esoterismo, con la rinascita…​Rimase fermo davanti alla vetrina per un buon lasso di tempo, bombardato da grappoli di domande senza risposte. Mise da parte il pensiero dell’amuleto e si dedicò al volto della donna. La frangia le copriva una fronte che sembrava ampia, con degli occhi felini dal taglio lungo e del colore dell’ambra scura. Il naso si allungava gentilmente fin sopra le labbra colorate di rosa antico, che creavano una leggera e piacevole increspatura sulle guance carnose e sul mento turgido. Il sorriso era bianco e gentile, ma con una marcata nota di malinconia. Il viso della donna era orlato da una cascata di capelli color terra di Siena al crepuscolo e il tutto era incastonato in uno stretto mezzo busto vittoriano color dell’ebano stagionato. Cercò di apprezzarne l’insieme, valutando la qualità del quadro, ma l’oggetto appeso al collo di quella donna misteriosa continuava a distrarlo e a inviargli messaggi: luce, acqua, fertilità, passione…​Entrò nella galleria d’arte. Non decise lui di entrarci, fu come se una forza estranea lo avesse attirato all’interno. Il gallerista si avvicinò con discrezione e con un altrettanto discreto sorriso tolse il quadro dalla vetrina, lo posizionò su un tavolino rotondo al centro della sala, sotto una bianca luce, e si allontanò. L’uomo iniziò a girargli intorno e con sua grande sorpresa scoprì che anche il retro del quadro era dipinto. Non era esattamente uguale, ma in bianco e nero: il volto della donna era di un biancore cereo, con labbra e palpebre color del fumo, da cui scorrevano lacrime nere come le labbra, che scivolavano su delle guance non più carnose. I capelli non si vedevano perché la testa era coperta da un drappo di cangiante velluto anch’esso nero. L’unica differenza cromatica era l’amuleto: era rosso, rosso come il fuoco.​Si ritrovò fuori dalla galleria con quel quadro magico infilato sotto l’ascella e si avviò per la sua strada con una strana sensazione: era come se la sua energia stesse accumulando sempre più vitalità, forza, possanza.​Viveva sulle colline, in un’antica magione il cui viale d’ingresso era bordato da vecchi cipressi; tutt’intorno, le colline erano tappezzate da boschi con alberi secolari che declinavano insieme ai rilievi collinari. Arrivato a casa, scartò il quadro, uscì in giardino e si avvicinò a una vecchia quercia nodosa che svettava maestosa sopra tutto e tutti, esattamente davanti alla finestra della sua camera da letto. Tirò fuori un grosso chiodo, lo infisse nel legno con una pietra e ci appese il quadro dal lato a colori; restò lì ad ammirarlo ancora un po’ e poi entrò in casa, lentamente, come se stesse trascinando un carico pesante.​L’autunno irruppe con cascate d’acqua ininterrotta sprigionata da oscuri cumulonembi gravidi di pioggia, mentre i giorni scorrevano lungo le grondaie. Chiuso in casa, un po’ per la forte pioggia un po’ per il suo lavoro di correttore di bozze, non si era più avvicinato alla quercia; ma ogni mattina, al risveglio, guardava verso l’albero solitario con un misto di turbamento e speranza.​Finché, una mattina meno minacciosa e con una sottile pioggia, notò che una libellula di un viola iridescente si era posata su un angolo del quadro. La cosa lo incuriosì, ma la sensazione scivolò subito via, perché stava completando una bozza urgente e non ci pensò più.​Dopo qualche giorno, al suo risveglio, il sole stava già scaldando il mondo da un po’, riverberando colori mutevoli sulle colline, ancora bagnate. Si avvicinò alla finestra e vide che sul quadro, oltre alla libellula, si era posata anche un’ape nell’angolo opposto. Nello stesso tempo ebbe una percezione come di completezza inaspettata. Uscì da casa e si avvicinò con titubanza alla quercia; le percezioni che lo invasero erano molteplici: mutamento, evoluzione, novità, ma anche operosità e saggezza… e vide che il volto della donna sorrideva senza più quella marcata ombra di malinconia. Staccò il quadro dall’albero, lo girò e lo trovò bianco come la neve, mentre l’ape e la libellula volavano via.

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