Il bisogno di lei non si era ancora colmato, dopo tutti quei mesi. Stava lì a lambiccarsi il cervello in cerca di ricordi che dessero un po’ di sollievo a quella sofferenza incontrollabile ed estrema. Una sofferenza cruda, aspra, spietata. Sciolse i suoi pensieri dal giogo e li lasciò volteggiare nell’aria, come un’eco silenziosa che prendeva forma in immagini vivide di ricordi. Un movimento, un gesto o uno sguardo gli riportavano alla mente qualcosa di diverso, con caratteristiche intrinseche sorprendenti.
Gli occhi, color dell’ambra, gli ricordavano l’autunno inoltrato, dopo la vendemmia: colori caldi e malinconici, il lento lasciarsi andare delle foglie, la saggezza e la preparazione al letargo. Un senso di bellezza effimera e transitoria.
Il drappo pompeiano della chioma, che le incastonava il viso, era stato disegnato da chissà quale creatore artistico di manga o da quale maestro del colore e della luce; sembravano delle colline immerse nel tramonto di una primavera piena di vita nuova.
Le mani, lunghe e lucenti, il cui rosso delle unghie risaltava come bacche di agrifoglio su un albero dai rami bianchi. Quando erano ferme gli ricordavano il silenzio della neve che tutto copre, la quiete, il riposo profondo, una stasi necessaria, ma precaria; la prima lunga nevicata d’inverno.
Le sue parole, ad esempio, avevano la grazia e l’orgoglio di un pavone che dispiega lentamente la coda: precise, cristalline, calde come l’estate; ma anche graffianti come la zampata di un gatto. O impertinenti e dispettose come un macaco a cui si toglie un oggetto dalle mani.
Viceversa, quando era chiusa in sé stessa sembrava un lupo taciturno e solitario, con il pelo di fierezza che la vestiva tutta di orgoglio puro. Simile a una pietra liscia in un lago immobile e senza vento. E se le chiedevi cosa avesse, era sfuggente come un’anguilla che sguscia tra le dita.
Ma in quell’Arca, che galleggiava in acque perennemente tumultuose, dove le stagioni sembravano senza fine, non restò neanche un falò di speranza per una nuova fenice.
Interni in ciliegio, unti dalla sporcizia e dall’incuria. Il carteggio sembra un tavolo da ristoro, e l’unica cosa che lo definisce tale sono il GPS e il notebook, adornati da un mollettone fermacapelli, un coltello da cucina, un pezzo di baguette, il cellulare e una crema dopo sole.
Il paiolato è cosparso di molliche di pane, macchie di grasso e polvere incrostata dal tempo.
Le coperture del quadrato, di un color arancio Tibet stinto e con grossolane chiazze di una sostanza indefinibile dappertutto, danno la sensazione di non aver mai fatto amicizia con l’acqua.
Una foto di formato standard li ritrae davanti a una porta di legno di un tempio buddhista, evidenziando due stati d’animo che li accomunano: orgoglio e presunzione.
Accanto alla foto di Gandhi ce n’è una della figlia di lui, ecuadoriana, vestita con toga rossa e tocco in stile USA.
Il disordine è incredibile: rispecchia il carattere di lui e in parte anche quello di lei. L’igiene sembra un concetto alieno.
A prua c’è un letto di forma triangolare con un lenzuolo a quadri rossi e gialli che, da quando è stato acquistato, non ha ancora visto un lavaggio. Le paratie laterali hanno aperture i cui fondi sono incrostati da una materia indescrivibile.
Il bagno è un luogo tutt’altro che ameno, che dà una sensazione di sporco appena ci si entra; in cui alberga un tanfo perenne, alimentato anche da due grossi asciugamani che in passato dovevano essere azzurro mare.
La zona cucina, con un fornello a due fuochi, è disseminata di macchie di grasso ormai indelebili. Alle spalle, due stipetti contengono vari barattoli e una grattugia verticale con residui di formaggio giallo-verde. Il fondo degli stipi è cosparso delle più svariate particelle organiche: dallo zucchero, al formaggio, al tè, alla pasta…
Sul ponte, la coperta rivestita in teak è di un grigio ormai scuro per l’incuria e la mancanza di trattamento. Che dire di loro due? Qualsiasi commento è inutile dopo la “sommaria” descrizione della loro barca.
Mi chiedo: come possono un uomo e una donna vivere sommersi da tanta immondizia?
Non li ho nemmeno fatti attraccare e mi sono fiondato sul pontile del muelle de espera, sacco in spalla, avviandomi verso il mio destino. La traversata dell’Atlantico se la faranno da soli, con la loro barca di merda.
Il cielo ringhiava da lontano mentre avanzavo, poggiando ad ogni sferzata di vento. Affannavo sulla cresta e guizzavo nella china più veloce della pioggia. Improvvisamente, il sole decise di scorrere da dietro il grigio che oscurava il cielo a ovest, simile a un tuorlo senza albume. Una luce color salmone invase il mare, facendo risplendere la coperta gocciolante e illuminando i dorsi delle onde, le quali tentavano di strappare l’ultimo strallo che teneva ancora in piedi il moncone dell’albero. Durò solo qualche minuto, poi il buio fagocitò il giorno come un male incurabile.
Ormai la sentina era già per metà allagata e il resto dell’albero, disteso tra un groviglio di cavi e cime, giaceva irrequieto sul ponte come un tronco spezzato dal fulmine. Un pezzo di vela di trinchetta era ancora integra, e solo quella pezzuola mi permetteva di non ingavonarmi a ogni imbardata. Mi avevano abbandonata lì, in mezzo all’oceano, senza pensarci su due volte. Si erano catapultati nella zattera di salvataggio senza girarsi nemmeno per uno sguardo, una parola…
Me n’ero accorta subito, appena li vidi salire a bordo: calpestavano il ponte con le loro scarpe antiscivolo nuove di zecca da mille euro e trascinavano le valigie semirigide sul teak appena passato d’olio. «Partiamo subito», dissero. Avevano fretta di mostrare le loro capacità marinare. Appena usciti dal porto, cominciarono a stappare bottiglie e a ingozzarsi di salumi e formaggi; dopo un’ora erano tutti distesi sul paiolo a vomitarsi addosso.
La mattina dopo uscirono dal limbo e qualcuno avviò un discorso sull’anima:
«Io non ci credo», disse il losco.
«Io sì, forse è vero, ma… chissà», rispose quello basso.
«Io sono agnostico», blaterò quello con la barba.
«Io penso che tutti abbiano un’anima: gli animali, le piante… anche gli oggetti», intervenne il quarto.
Le risate dei tre furono invadenti e fragorose, nella serenità di quella mattina.
«Che ne sapete voi dell’anima? Non conoscete neanche il significato!»
«Ah, allora diccelo tu il significato, professore!» Il losco sogghignò, mostrando un incisivo più lungo dell’altro.
«Aristotele diceva che è la parte spirituale dell’uomo, c’è ma non si vede, come l’aria, il vento. Qualcosa che ti fa muovere. Infatti, Ânemos in greco significa vento, sai?»
«Ahahahah… allora stiamo navigando nell’anima secondo te e Aristotele?» intervenne quello con la barba, ancora ubriaco dalla sera prima.
«Forse è Aristotele che ci respira contro?» disse il basso senza convinzione, mentre si scaccolava impunemente.
«E quando piove ci sputa anche addosso! Ahahahah… » intervenne il losco.
Andarono avanti così per un bel pezzo, mentre io mi preoccupavo della rotta…
Alla fine fu il losco a chiedermelo, con quella luce maligna che aveva negli occhi:
Particelle di polvere cangiante danzavano nel raggio di sole che filtrava dalla grande finestra ad arco, illuminando lo scriptorium di arancio vivo. Chino sullo scrittoio, Fra’ Teodoro si mordeva il labbro. Con un’attenzione quasi febbrile, trascriveva un vecchio testo trovato giorni prima in una nicchia nascosta nei sottoscala.
Il manoscritto era singolare, e non parlava di preghiere, ma di cose strane e incomprensibili. Tra le sue pagine ingiallite alcune si ripiegavano su se stesse più volte, rivelando disegni di piante e radici mai viste. C’erano corpi di donna seminudi, immersi in un liquido verde smeraldo dentro vasche collegate a grosse tubature. E poi stelle, costellazioni sconosciute, diagrammi incomprensibili e calendari che duravano più di dodici mesi. Fra’ Teodoro notò anche delle figure simili a meduse, che sembravano avere un intento.
La qualità della pergamena, di vitello ben trattato e seccato, era un’altra curiosità, così come il fatto che alcune pagine fossero mancanti. La lingua di quel manoscritto era il vero mistero. Fra’ Teodoro era un amanuense metodico, noto per la sua impeccabile calligrafia e profondo conoscitore di gran parte delle lingue, come il latino, il greco antico, l’ebraico e il persiano. Ma quella lingua blasfema lo inquietava profondamente. In essa c’erano lettere che non conosceva, mescolate ad altre latine e greche. Sembrava una lingua dimenticata, precedente all’avvento dei primi segni cuneiformi scolpiti nella pietra.
I giorni ormai erano scanditi dal raggio di sole che attraversava lo scriptorium e poi, dopo un po’, anche da quello della luna. Fra’ Teodoro aveva totalmente abbandonato il suo compito di amanuense e si era dedicato unicamente alla soluzione del manoscritto. Il bisogno di comprendere era diventato una fame che divorava la sua fede e il suo sonno. Trascorreva ore su quelle pagine, annusandone l’odore acre e antico della pergamena, come se potesse estrarre da essa chissà quale segreto. I confratelli iniziarono a bisbigliare: in giro si diceva che fosse affetto da una grave malattia demoniaca. La sua assenza alle preghiere e il suo sguardo febbrile, distaccato, non facevano che alimentare le dicerie.
Il primo sole lo colse sullo scrittoio con la testa appoggiata sul braccio. Aprì un occhio e la prima immagine che gli si mostrò fu un dettaglio che gli era sfuggito: in uno dei disegni a forma di medusa c’era una piccola scritta, “Nephilim” e poi “Nostos”. La verità gli esplose in testa come il raggio di sole che era appena entrato. Ogni concetto che aveva imparato, ogni dogma in cui aveva creduto, si sgretolò in un istante. Gli angeli caduti, i giganti, gli dei del mito, non erano entità soprannaturali, ma esseri di carne e ossa, viaggiatori delle stelle. E l’ultima parola, Nostos, un concetto greco di ritorno, si legava alla frase che gli apparve come un’illuminazione: “Siamo i vostri padri e torneremo”.
Era un’idea che gli ronzava in testa da anni, così intensamente da sembrare un nido d’api che attacca un orso. Nata dalla prima avventura vissuta, da un sogno che non riusciva più a chiudere nel cassetto; tanto che il cassetto stesso sembrava gonfiarsi. Dopo qualche giorno dal ritorno, il suo orizzonte si allargò; voleva fare di più, andare oltre, avere nuove sensazioni, scoprire nuove cose. Certo, non era un’impresa facile: non ci si poteva svegliare la mattina e, di punto in bianco, decidere di metterla in atto. C’erano da considerare molte cose: i costi, la durata, l’età, il rischio (la cosa più importante della lista), l’organizzazione…
Intanto gli anni volavano via come bolle di sapone spinte dal vento. Ci furono vari cambiamenti di programma, e a un certo punto persino un rifiuto totale dell’idea; per qualche anno la dimenticò o quasi. Ogni tanto, però, gli ritornava in mente, più come un rigurgito che come una piacevole sensazione. A volte gli sfuggiva, cercava di nascondersi, ma l’idea gli entrava prepotentemente nella mente, infrangendosi come un’onda sulla scogliera. Non si sentiva più in gamba come prima; inoltre la situazione economica non gli permetteva di investire, e c’erano anche il tempo e la donna che aveva accanto.
Era assoggettato all’equazione: se hai tempo non hai denaro, e se hai denaro non hai tempo. Combinare le due cose non era impresa da poco, doveva giocarsi tutto, compresa la vita. Aveva provato a combinarle con un’alternativa ben ponderata e forse buona per almeno una parte dell’idea, ma non era esattamente quello che sperava: un lavoro stagionale che gli permettesse di realizzare parte del sogno. Si licenziò e investì tutto in uno stabilimento balneare. All’inizio sembrava andasse bene, riuscì anche a rendere concreta una parte di quello che poteva essere un’anticipazione all’idea, ma poi tutto fallì, compreso il matrimonio. Tornò sui suoi passi, incespicando in una coda strisciante e sconfitta. Per fortuna l’ex titolare fu umano:«Non ti posso pagare come una volta, c’è crisi», disse. “Meglio di un calcio nei coglioni“, pensò lui, “a cinquantasette anni devo solo stare zitto”. Riprese la sua vecchia attività, incontrò un altro amore e si ritrovò a far volare via altre bolle di sapone. Quello che guadagnava riusciva a sostenerlo, anzi…
Un bel giorno il tarlo ricominciò a fare rumore, a consumare quel poco di tranquillità che l’aveva tenuto intorpidito fino ad allora. Cercò un’alternativa che gli alleviasse quell’eco, qualcosa che non gli facesse tornare alla mente l’idea che gli stava corrodendo l’anima da anni. Da ragazzo aveva sempre desiderato suonare il sax, amava il jazz, ma trincerandosi dietro scuse da adolescente non l’aveva mai fatto. Era arrivato il momento. Acquistò lo strumento su internet e iniziò, con l’aiuto di un giovane talento, a imparare a soffiarci dentro. Passò poco più di un anno tra note, accordi, arpeggi…
Non bastò ad anestetizzarlo, l’idea continuava a rimbalzargli in testa come una pallina magica tra il soffitto e il pavimento. Si dedicò all’escursionismo: un’altra cosa che aveva sempre pensato di fare e che aveva assaporato nel Cammino di Santiago anni prima. All’inizio era perplesso, ma con l’andare per sentieri ci provò gusto. Così decise, e ogni domenica faceva trekking in montagna: studiava il tragitto durante la settimana e poi, armato di tracce, cartine e GPS, percorreva un bel po’ di chilometri in salita. La nuova attività lo tenne impegnato a lungo, gli piaceva camminare da solo in mezzo a boschi, colline e su per le vette. L’anima gli si espandeva assaporando la novità, la scoperta, l’incognito…
Finalmente decise. Non fu una decisione ponderata, cioè non era quello che aveva sempre sognato, no, era un ripiego, un’alternativa più vantaggiosa economicamente, ma indiscutibilmente più pericolosa. L’idea gli venne osservando una foto postata su un social network; non maturò immediatamente, ma con lentezza, come una lumaca che decide di raggiungere l’apice di una pianta. Si incuriosì osservando l’alto baglio e lo spaccato della barca. Era a vela, studiata per crociere lungo la costa, con buone qualità marine e ottima abitabilità. Bella linea, molto stabile, inaffondabile e con pozzetto autosvuotante, almeno questo dicevano le varie recensioni. L’unico neo erano le dimensioni: sei metri e mezzo.
Il tarlo si mise a braccetto con l’idea e cominciarono insieme a danzargli nella testa. Lui cercava di non farsi coinvolgere, ma loro continuavano imperterriti… La barca sicuramente aveva buone caratteristiche: ben coibentata, poco pescaggio, attrezzatura facile da manovrare… insomma un buon pedigree. Cominciò a raccogliere informazioni, così, senza fretta, come quando andava a fare trekking e ogni tanto si fermava a mangiare qualche succosa mora selvatica, finché non si trovò con la lingua completamente blu.
La acquistò. Era un Cirrus ventidue piedi della Westerly. Altair era il suo nome. Salì a bordo e studiò la rotta: doveva percorrere oltre trecento miglia, da Santa Margherita Ligure fino a Napoli.
Anche quella mattina si svegliò presto, e la sveglia confermò il suo pensiero: le 04:37. Era da molto che indovinava esattamente l’ora prima di vederla, riusciva a spaccare il minuto. All’inizio gli sembrò un gioco, ma col passare del tempo la cosa lo mise in una strana ansia.
Si alzò a sedere sul letto e istintivamente si portò una mano dietro la schiena: sentiva un dolore sordo e profondo. Andò in bagno e si guardò allo specchio. Non si faceva la barba da dieci giorni e la doccia da cinque, e chissà da quanto non metteva il naso fuori di casa. Quella mattina aveva intenzione di uscire, l’aveva deciso esattamente in quell’istante. Il dolore alla schiena persisteva. Si girò di lato verso lo specchio per individuare l’altezza di quell’insistente malessere. Un grido gli si soffocò in gola. Si appoggiò con forza al lavandino, appena prima di cadere: due strani rigonfiamenti spingevano da sotto il pigiama, all’altezza delle scapole. Si tolse la maglietta e rimase allibito. Le ali erano ancora piccole, ma qualcosa gli diceva che sarebbero cresciute ancora. Provò a muoverle e, con stupore, vide che si distendevano e sbattevano lentamente. Si toccò il corpo, spostò oggetti, bevve dell’acqua, aprì la finestra e inspirò profondamente. Girò per la casa, battendo i piedi e toccando le pareti. Prese il telefono e fece un numero a caso, chiedendo se fosse l’ufficio postale, mentre la persona dall’altro lato lo investiva di improperi per averla svegliata. No, non era morto, era vivo. Se fosse stato morto non avrebbe avuto tutti i sensi funzionanti. E il tizio al telefono l’aveva sentito. Quindi…
«Adesso che faccio?» si chiese. Accese il computer e s’inoltrò nei meandri del web alla ricerca di informazioni sugli angeli.
Quando si fece buio, si rese conto di aver passato la giornata intera a cercare di capire cosa fossero gli angeli, ma le idee erano più confuse di prima. Si guardò allo specchio: le ali avevano raggiunto il massimo della crescita, con le punte che gli arrivavano quasi fino a terra. Le dispiegò e si meravigliò dell’ampiezza di quelle appendici piumate.
«Beh, adesso che ho le ali potrei anche provare a volare» si disse. Salì sul davanzale della finestra e, dopo un attimo di esitazione, si lasciò cadere nel vuoto.
Deportivo di Aguadulce, nei pressi di Almería sulla Costa del Sol. Parto, a vela, destinazione Caraibi… da solo. O quasi.
Quella bambina continua a piangere… all’inizio mi guardava incuriosita, nascondendosi dietro la mamma. Sarà stata colpa mia? Di solito con i bambini ho un certo feeling: appena mi vedono mi guardano con fresca curiosità, e io faccio loro le boccacce.
Quella coppia di tedeschi chiede in francese al cameriere spagnolo ‒ che risponde in inglese, sotto l’insegna Segafredo Zanetti ‒ una crêpes Suzette. Quasi quasi… certo, con la Nutella sarebbe più buona, ma non esageriamo… o forse sì?
Chissà perché sto divagando. Sarà colpa delle due cañas che ho bevuto poco fa? Boh!
Alla fine l’ho ordinata: con cioccolata calda e gelato alla vaniglia… slurp!
La bambina ha smesso di piangere e dal bar a fianco arriva il dolce suono di Streets of Philadelphia di Springsteen – mentre sono in attesa della crêpes: un prodotto francese ordinato da un italiano a un cameriere che risponde yes, sulla costa della Spagna, di fronte al Marocco.
Mentre scrivo, il rumore inconfondibile di una Harley Davidson mi solletica il timpano, e penso che non ci siano più confini. Mi guardo intorno e sento suoni strani, anzi stranieri. Allora perché non parliamo tutti la stessa lingua? Perché quello sulla moto americana parla svedese? Why?
Speriamo che la bambina, che ha ripreso a guardarmi incuriosita, abbia dei figli che nasceranno in un mondo che parli una sola lingua. Forse sarà un mondo migliore.