
La rete riposa in un groviglio di nodi piani, avvolta su sé stessa; un labirinto di nylon privo di luce, senza una via d’uscita. Inerme, inanimata, spogliata d’ogni volontà.
Con il braccio disteso sul mucchio abbandonato, l’uomo e la rete sembrano vecchi amici sin dalle elementari: complici di avventure e di attese rimaste vane.Il vecchio osserva il sole naufragare all’orizzonte, un ribollire di metallo fuso nel mare. Aspira da una pipa che emana solo aria e ricordi: un fornello freddo ormai da tempo immemore, come un bivacco spento e dimenticato.Regna un silenzio solenne. Una pace che sa di abbandono, di solitudine e riflessioni. Di migliaia di giorni strappati quotidianamente dal calendario, che egli tenta di ricomporre con il mastice di ricordi sfocati.Quel gabbiano, privo di una zampa, saltella da anni tra la spuma e i detriti, lasciando tracce asimmetriche sulla sabbia umida. I loro sguardi si riconoscono come il passaggio tra il giorno e la notte. Due superstiti che abitano la stessa isolazione: naufraghi di un tempo che non concede sconti.Le prime stelle affiorano come scaglie lucenti di sale nel cielo. L’aria si fa umida, densa di una gravità che le ossa del vecchio sentono per prime: scricchiolano come un ceppo di legno secco che si arrende al fuoco. È la musica che accompagna il suo cammino verso la notte.L’uomo si alza. Si avvia verso la battigia, regala un ultimo sguardo alla volta celeste e si allontana nell’oscurità. Non si volta. Eppure, sa che il gabbiano è ancora lì. Sente il battito delle ali che sfiora l’acqua con un ritmo ipnotico che si ripete all’infinito; un fruscio che sopravvive al buio, come un sogno che non vuole finire, o una rete che continua ostinata a pescare acqua di mare.Poi l’uccello si allontana, continuando a lambire il mare con la punta dell’ala. Come la carezza disinvolta di un innamorato. Un gesto senza fretta che incide l’acqua senza ferirla. Poi la notte si chiude sopra di loro, celando ombre che il buio non sa più distinguere.