Particelle di polvere cangiante danzavano nel raggio di sole che filtrava dalla grande finestra ad arco, illuminando lo scriptorium di arancio vivo. Chino sullo scrittoio, Fra’ Teodoro si mordeva il labbro. Con un’attenzione quasi febbrile, trascriveva un vecchio testo trovato giorni prima in una nicchia nascosta nei sottoscala.
Il manoscritto era singolare, e non parlava di preghiere, ma di cose strane e incomprensibili. Tra le sue pagine ingiallite alcune si ripiegavano su se stesse più volte, rivelando disegni di piante e radici mai viste. C’erano corpi di donna seminudi, immersi in un liquido verde smeraldo dentro vasche collegate a grosse tubature. E poi stelle, costellazioni sconosciute, diagrammi incomprensibili e calendari che duravano più di dodici mesi. Fra’ Teodoro notò anche delle figure simili a meduse, che sembravano avere un intento.
La qualità della pergamena, di vitello ben trattato e seccato, era un’altra curiosità, così come il fatto che alcune pagine fossero mancanti. La lingua di quel manoscritto era il vero mistero. Fra’ Teodoro era un amanuense metodico, noto per la sua impeccabile calligrafia e profondo conoscitore di gran parte delle lingue, come il latino, il greco antico, l’ebraico e il persiano. Ma quella lingua blasfema lo inquietava profondamente. In essa c’erano lettere che non conosceva, mescolate ad altre latine e greche. Sembrava una lingua dimenticata, precedente all’avvento dei primi segni cuneiformi scolpiti nella pietra.
I giorni ormai erano scanditi dal raggio di sole che attraversava lo scriptorium e poi, dopo un po’, anche da quello della luna. Fra’ Teodoro aveva totalmente abbandonato il suo compito di amanuense e si era dedicato unicamente alla soluzione del manoscritto. Il bisogno di comprendere era diventato una fame che divorava la sua fede e il suo sonno. Trascorreva ore su quelle pagine, annusandone l’odore acre e antico della pergamena, come se potesse estrarre da essa chissà quale segreto. I confratelli iniziarono a bisbigliare: in giro si diceva che fosse affetto da una grave malattia demoniaca. La sua assenza alle preghiere e il suo sguardo febbrile, distaccato, non facevano che alimentare le dicerie.
Il primo sole lo colse sullo scrittoio con la testa appoggiata sul braccio. Aprì un occhio e la prima immagine che gli si mostrò fu un dettaglio che gli era sfuggito: in uno dei disegni a forma di medusa c’era una piccola scritta, “Nephilim” e poi “Nostos”. La verità gli esplose in testa come il raggio di sole che era appena entrato. Ogni concetto che aveva imparato, ogni dogma in cui aveva creduto, si sgretolò in un istante. Gli angeli caduti, i giganti, gli dei del mito, non erano entità soprannaturali, ma esseri di carne e ossa, viaggiatori delle stelle. E l’ultima parola, Nostos, un concetto greco di ritorno, si legava alla frase che gli apparve come un’illuminazione: “Siamo i vostri padri e torneremo”.





