IRONRED

Ironred, irlandese purosangue, aveva una folta chioma rossa e un corpo tozzo e muscoloso sul quale prosperava una spessa peluria scarlatta, appena celata da una canotta verde punteggiata da pois di macchie d’olio.

Con i metalli era un mago: riusciva laddove nessuno avrebbe osato scommettere.​Nato a Dublino, figlio e nipote di fabbri, Ironred – il cui vero nome era Scott Sterling Sharpless – si era arruolato nella Irish Army a soli diciotto anni insieme ai suoi amici. Dopo sei anni passati nelle officine meccaniche dell’esercito, era stato congedato. Tornato dalla leva, sposò una cugina di terzo grado che morì di parto insieme al neonato. Spinto dal dolore si diede all’alcol e, per guadagnarsi da vivere, iniziò a fare piccoli lavoretti lungo la foce del fiume Liffey. Ma una bella mattina, dopo una sbronza colossale, si ritrovò imbarcato su un cargo in rotta per Panama. Giurò a sé stesso di non bere più e di non mettere mai più piede su una barca. Il primo giuramento lo rispettò; con il secondo ci stava ancora provando.​Stava rientrando da solo, dopo essere stato in giro con un paio di colleghi d’equipaggio. La nave era ormeggiata a Port Klang, nello stretto di Malacca. Il porto era un dedalo infinito di container ed enormi gru di impilaggio su rotaie che, viste dall’alto della torre di controllo, sembravano insetti alieni intenti a procurarsi il cibo per la loro specie.​Uno scintillio lo colpì proprio nel momento in cui volse lo sguardo sotto una pensilina deserta: un riflesso purpureo su un manico nero, per metà celato tra stracci lerci. Una pietra rossa, grossa quanto un’unghia, era incastonata sulla testa dell’impugnatura in legno duro e scuro, base di una lunga lama ondulata e marezzata. Sembrava una biscia argentata che usciva dalla tana per andare a caccia.​Estrasse il pugnale, liberando la lama dal fodero di cuoio di ottima fattura, decorato con motivi arabescati. La superficie non era liscia: la lama a doppio taglio era forgiata con tredici curve strette e sinuose; il metallo, più che acciaio, sembrava argento increspato, come il mare in burrasca. Era un Kriss: un coltello malese con la lama di Damasco a “pacchetto”, frutto di una tecnica antica. Un’arma letale che, quando penetra nella carne, non produce un taglio dritto ma la lacera in modo così profondo da rendere la sutura impossibile.​Un flusso denso e improvviso gli si riversò nel braccio, risalendo fino al cervello. Non era una sensazione potente, era fievole, ma sembrava venire da un tempo lontanissimo. Dopo un attimo, il clangore assordante di una forgia dimenticata prese il posto del rumore dei container. La cosa strana era che di quella visione sentiva persino il calore acido. Fu un istante breve, poi tutto passò. Infilò il coltello sotto la camicia e salì a bordo.​All’alba la nave mollò gli ormeggi. La strana inquietudine della sera prima persisteva. Nella sua cabina, Ironred sollevò il materasso e sfoderò il Kriss lentamente. Il cuoio sibilò come un lamento. I suoi occhi si spalancarono: la lama non era più la stessa. Ora si estendeva perfettamente dritta e affilata, come il corno di un narvalo capace di spaccare il ghiaccio. Non c’era più la sinuosità esotica, solo la brutale geometria di un’arma da guerra. L’unica cosa invariata era la gemma rossa. La strinse sperando di sentire di nuovo quel richiamo, ma non percepì nulla.​Decise di portare il Kriss con sé in sala macchine. La zona della forgiatura era il suo regno, nessuno osava avvicinarsi. Lì avrebbe svelato quella magia. Dopo aver rimosso il manico, infilò la lama nella forgia alla temperatura massima. Attese, poi la tirò fuori con le lunghe tenaglie. La lama era identica a prima. Nonostante il calore estremo, il metallo non emanava il bagliore dell’incandescenza; era tiepido, quasi freddo. Era come se un campo di forza invisibile lo proteggesse, impedendo al calore di penetrare.​Afferrò un grosso martello e iniziò a sferrare colpi potenti, ma lo strumento rimbalzava come un battente su una grancassa. Allora attivò la pressa idraulica: incastrò la base del Kriss nel blocco con la punta verso l’alto e premette l’avvio. Il grosso maglio si fermò a metà corsa non appena toccò la punta dell’arma. Ci fu uno stridore atroce, come le ruote di un treno in frenata improvvisa. Il manometro schizzò nel rosso e un filo di fumo acre si levò da un giunto: la macchina non aveva ceduto, era stata vinta.​Fu in quell’attimo che la lama si liberò dalla stretta e, dopo essere rimasta sospesa a mezz’aria per un istante eterno, schizzò in avanti. Ironred non sentì alcun rumore, solo un bruciore improvviso quando la punta si conficcò nel centro della sua spessa peluria scarlatta. Sentì la lama vibrare mentre tornava lentamente alla sua forma ondulata originaria all’interno del suo corpo. Il taglio irregolare gli sfrangiò la carne viva, attraversandogli il petto da parte a parte.​Poi, con un movimento fluido, la lama si riunì all’impugnatura e rientrò nel fodero. Come una biscia argentata che torna nella tana, dopo la caccia.

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