IL LADRO

​Il suo non era un mestiere, ma un’attività disonesta che nulla aveva a che fare con la volgarità di una rapina, un’estorsione o un furto con scasso. Si arrampicava lungo grondaie vertiginose per scivolare silenzioso nelle case altrui, sfruttando la sua abilità di esperto scalatore a mani nude.

Aspettava sempre che la vittima non fosse in casa e colpiva rapido e impercettibile.​Si considerava un estraneo, un uomo da evitare, anche se gli altri non sembravano accorgersene e lo scambiavano per uno qualunque. Ma quella sensazione pesava più di qualsiasi opinione altrui: per lui, la percezione di sé era l’unica verità possibile. Con gli anni era diventato un professionista, un esperto che lavorava in solitario. Nessuno sapeva cosa rubasse o a chi vendesse la merce; nessun ricettatore nel raggio di cento chilometri aveva mai sentito il suo nome. Non aveva amici, non frequentava bar; non esisteva per nessuno.​Persino nel condominio in cui abitava restava un’ombra. Usciva all’alba e rientrava a notte inoltrata, come un fantasma schivo e diffidente. Era metodico: individuava la preda, la seguiva fino a casa e la pedinava per giorni, finché non otteneva un quadro perfetto della sua vita. Le sue vittime erano sempre donne sole, eleganti, che camminavano sui tacchi. Non gli importava l’età o il colore dei capelli; ciò che cercava era l’armonia del loro abbigliamento. Prediligeva i tailleur raffinati e i tacchi da otto centimetri, larghi e diritti.​Ma quel giorno tutto cambiò. Era al supermercato per le solite provviste quando la vide: stava uscendo con un carrello quasi vuoto, in cui intravide solo confezioni monoporzione, un paio di mele e del latte di soia. Non indossava un tailleur, ma le sue scarpe lo ipnotizzarono. Portava un tacco da otto, ma di un tipo mai visto prima: a campana. Inizialmente quella forma lo fece dubitare, ma più le osservava, più ne restava incuriosito. Decise di seguirla. La donna sembrava vivere in una dimensione sospesa: camminava come se non volesse gravare sul suolo, lo sguardo perso verso una meta invisibile. Portava un piumino nero col cappuccio da cui sfuggivano lunghi capelli e una gonna che scendeva fin sotto i polpacci. Anche lei sembrava un’estranea al mondo, proprio come lui.​La seguì fino a una zona residenziale ai margini del paese, dove lei entrò in un palazzo. Lui attese nell’ombra di una siepe finché non vide accendersi una luce al secondo piano. Raggiunse l’appartamento con la solita agilità, risalendo la grondaia. La donna era davanti a una tela, il pennello in mano, ancora calzata in quelle scarpe a campana. Scavalcò il balcone e si appiattì contro la parete esterna. Restò a fissarla per un tempo indefinito, senza noia, rapito da un interesse che stava mutando forma. Qualcosa era scattato nella sua mente: quella donna lo stava ammaliando.​Come se gli avesse letto nel pensiero, lei depose il pennello, si sfilò le scarpe su un tappeto e si avvicinò a uno specchio che rifletteva l’esterno. Poi, con un sorriso impercettibile, rivolse lo sguardo esattamente verso il buio dove lui si nascondeva e spense la luce. Il riverbero del corridoio illuminò le scarpe, come antichi manufatti in un museo. Era incerto, ma la pulsione fu più forte. Doveva prenderle. Quando il silenzio inghiottì la casa, forzò l’infisso e scivolò dentro. Allungò la mano verso le scarpe, ma la luce del corridoio inondò di nuovo la stanza. Si girò di scatto. Lei era lì, sotto l’arco della porta: bellissima, nuda, con quel medesimo sorriso sulle labbra.

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