LONG LEG

Il faro spuntava da un punto sabbioso del litorale, leggermente ondulato da una rena fine e bianca che sfumava nel grigio. La solitudine del posto e il silenzio che vi regnava, contrastavano con la sonorità dei colori del paesaggio. Quella melodia cromatica era comparabile a una musica lontana e silente, oltre la quale c’era l’oceano azzurro e sconfinato che si confondeva all’orizzonte con il bianco celeste del cielo. Una piccola barca, con le vele latine consunte dal tempo, si faceva strada a fatica lungo la costa, beccheggiando vistosamente.

​A bordo un uomo, la cui età era un mistero anche per sé stesso, manovrava con disinvoltura le scotte arse dal sale. Il suo sguardo, rivolto verso l’infinito, era contornato da una folta barba canuta dalla quale spuntava una pipa ottenuta da una strana conchiglia a forma di siluro. Era l’unico essere vivente nel raggio di duecento miglia.

​Gambalunga – così era chiamata quella striscia di sabbia – ormai era stata abbandonata. La gente aveva lasciato quel pezzo di terra desolato anni addietro. Un posto arido dove l’unico contrasto di colore con le dune lo dava il verde tetro di alcuni bassi cespugli di conifere. L’uomo si girò verso il faro, con la speranza di vedervi affacciato il guardiano con il suo grosso binocolo. Alzò il braccio in segno di saluto, mentre nella sua mente un cane abbaiava scodinzolando lungo la battigia, rincorso da un bambino dai capelli biondo cenere che cercava di trattenere un aquilone rapito dal vento. Ma non ricevette alcuna risposta.

​Ricordava benissimo quel bambino che si costruiva gli aquiloni con la cartapesta e la colla di merluzzo. C’era ancora qualche alberello a quei tempi, e lui andava sempre alla ricerca dei rami più sottili e leggeri per farne intelaiature per gli aquiloni. Ricordava benissimo anche il cane: un bastardino pezzato che era il suo compagno di giochi. Sì, si ricordava benissimo di Scuffia. E di quell’omone grande e grosso, con il suo binocolo, che si appoggiava alla balaustra ogni volta che usciva fuori a controllare il mare. Ricordava anche la moglie del guardiano del faro: piccola e minuta, sempre indaffarata, che lo riprendeva ogni volta che tornava a casa con le ginocchia sbucciate. Come poteva dimenticare i propri genitori? E come poteva dimenticare sé stesso? Alzandosi il bavero, si rintanò di nuovo nel suo mondo galleggiante.

​La tappa era lunga: tre giorni di oceano insidioso in solitudine; tre giorni di veglia e di spruzzi di sale conditi di riflessioni profonde. La piccola barca era ormai vecchia, il legno scricchiolava troppo e da più parti faceva acqua; aveva bisogno di essere messa a secco e calafatata completamente. Andavano sostituite le vele e le sartie e chissà che altro ancora. Ma non aveva né la forza né la voglia di farlo, ormai. I tempi erano cambiati, avevano accelerato e lui era rimasto indietro; solo su quel pezzo di terra sabbiosa lontano duecento miglia dalla civiltà. Guardò avanti: l’estremità del capo era vicina. «È l’ultimo viaggio, è l’ultima lunga tappa», si disse.

​Ormai la decisione era stata presa: voleva dirigersi sul continente, unirsi ai suoi simili, mischiarsi in mezzo alla gente. Poteva trovare un lavoro, per esempio, poteva insegnare ai giovani l’arte della navigazione, come fare i nodi, come pescare i tonni. E passare le serate alla locanda a ingozzarsi di birra spillata e raccontar di mare. Ecco cosa stava per fare. «È l’ultimo viaggio, è l’ultima lunga tappa», ripeté.

​Le prime onde dell’oceano aggredirono la prua e cominciarono a far impennare la piccola barca. Ebbe un momento di forte sgomento: un pensiero tetro gli attraversò tutto il corpo e si insinuò nella parte più profonda del suo io. «Sono vecchio ormai!» disse al vento. E dal suo feudo di legno si preparò a invadere il mare. ​Le onde baciavano con veemenza la costa del continente portando a riva i resti di una piccola barca con qualche pezzo di vela latina. Tra le sartie vi era incastrata una pipa ricavata da una conchiglia a forma di siluro. L’ultimo viaggio si era compiuto

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