TU SEI IL BENE E LUI È IL MALE

  Afro aprì gli occhi tra pareti bianche e un odore di disinfettante che gli rivoltava lo stomaco. Una flebo gli pendeva dal braccio, immobile, come un’arteria aliena.

«Come ti senti?» La voce di Pato gli arrivò dalla penombra della stanza.

«Come se un autoarticolato mi avesse usato come corsia di sorpasso.» Afro abbozzò un sorriso amaro, ma gli occhi rimasero spenti.

«Questi attacchi non sono più incidenti, sono diventati una scadenza fissa. Quando la smetterai di mescolare veleni?»

«Quando la smetterai di rompermi le palle ogni volta che vieni a casa mia?» ribatté Afro, seccato.

«Veramente la casa è mia, tu sei un ospite che ormai puzza da anni.»

«Io ti pago l’affitto, stronzo!»

«L’affitto l’hai pagato solo il primo mese, cinque anni fa, e i soldi erano di Evia».

«Erano soldi miei, guadagnati con un lavoro…» disse Afro, guardandosi intorno in cerca di qualcosa.

«Con quale lavoro? Ti conosco da trent’anni e non ti ho mai visto alzare un dito!»

«Basta, mi hai scocciato con le tue litanie da prete spretato. Passami i vestiti, voglio andare via da qui!» Afro si era già staccato la flebo e si era messo seduto sul letto.

«Resta giù. Ti devono fare gli accertamenti!» Pato gli mise una mano sulla spalla, ma Afro lo scacciò.

«Sto bene, mi è passato tutto. Andiamo al Gooseneck  a farci una bevuta, Cino sarà felice di rivederti. Ti offro un drink».

Afro provò a mettersi seduto, ma il soffitto vorticava pericolosamente. Si aggrappò al bordo del letto; il viso era terreo.

«Guardati» sibilò Pato. «Se continui così, la prossima volta ti porto direttamente al cimitero.»

«Al cimitero ci vai tu se non mi passi i vestiti.»

Pato raccolse il mucchio di panni appoggiati sulla sedia e glieli lanciò addosso.

«Eccoli. Ma un altro insulto e ti spezzo il braccio che ti è rimasto buono.»

Afro afferrò i panni fissandolo con aria di sfida. «Tu e il tuo karate non mi fate paura… stronzo!»

Pato sospirò, sconfitto. «Bah! Tempo perso. Dai, andiamo, ma non al Gooseneck . Torniamo a casa, sono stanco. Ho dieci ore di volo sulle spalle e ho un sonno che mi sta mangiando vivo».

«Pronto?».

«Ciao, dormivi?»

«Che ore sono?»

«Le nove» rispose lei.

«Le nove di sera?» chiese Pato, incerto.

«Sì. Ho sentito Afro, mi ha detto che eri tornato… scusa, ti ho svegliato?»

«Sì, ma hai fatto bene, era un brutto sogno… come stai?»

«Come una donna con due figlie piccole e un marito che pensa solo a fare soldi!»

«Non ti lamentare, hai due figlie bellissime e un marito innamorato. Che hai da rimpiangere?»

«Rimpiango la giovinezza, la spensieratezza, le nostre uscite serali: io, tu e Afro a cazzeggiare tutta la notte. Questo rimpiango».

«Evia, erano altri tempi, adesso abbiamo delle responsabilità…»

«Le responsabilità? Odio le responsabilità!»

«Anch’io, ma ci sono» disse lui con calma.

«Che fai stasera?»

«Non ho programmi».

«Avevo pensato di vederci noi tre, come ai vecchi tempi. Mio marito è fuori e le bambine sono da mia madre. Che ne dici?»

«Per me va bene».

«Bene. Passo a prenderti alle dieci. Afro ci aspetta al Gooseneck . A dopo» disse lei, riattaccando.

Il Gooseneck  era il terreno di caccia personale di Afro. La biondina entrò e si diresse verso il bancone. Afro si avvicinò, sedendosi sul trespolo al suo fianco.

«Sbaglio o ti ho vista a Teleuno?» domandò con un sorriso ammaliante.

«È probabile. Lavori anche tu lì?»

«No, ma ci vado spesso. Sono amico di Elio Torre».

«Il regista?» chiese lei, interessata.

«Sì». La tecnica era collaudata: vendere amicizie influenti per comprare attenzione.

«Quindi sei qui per lui?»

«Dovevamo vederci, ma mi ha chiamato poco fa per rimandare. Troppo impegnato. Peccato, perché domani riparto e torno fra tre mesi».

«Perché, che lavoro fai?»

«Skipper professionista su barche da regata. Domani parto per l’Inghilterra: una regata importante sulla barca del principe Carlo».

«Il principe Carlo? Deve essere molto rischioso il tuo lavoro…»

«Ci si abitua… senti, ho appetito, ti andrebbe di andare a cena? Conosco un posticino carino…»

«Avrei un appuntamento, ma la mia amica non si vede. Sono arrivata in ritardo…»

«Che aspetto ha?» chiese lui, studiandola con la pazienza di chi sa che la preda ha già la fuga sbarrata.

«Bassina, capelli corti e neri…»

«Mi è sembrato di vederla uscire proprio ora; sì, era sicuramente lei. Sembrava avesse fretta». Afro non aveva più freni: la cena era servita.

«Peccato» disse la biondina, già meno dispiaciuta. Afro le piaceva: un uomo affascinante, con tante avventure da raccontare.

«Allora andiamo?» disse lui prendendola sotto braccio.

«Solo cena, nient’altro».

«Solo cena, parola di gentiluomo…» disse lui, con una luce rapace negli occhi.

«Sei uno schianto!» disse Pato, baciandola sulla guancia.

«Grazie, anche tu».

«E questa macchina?»

«Porsche Cayenne Turbo. Regalo di mio marito» rispose lei, immettendosi nel traffico.

«Bella» disse lui, senza un reale interesse.

«Sì, bella e costosa. Vuoi guidarla?»

«No, grazie».

«Dimenticavo: a te il lusso non interessa. Sei l’opposto di Afro».

«Per fortuna!»

«Quanto ti trattieni?» chiese lei, accendendosi una sigaretta con un accendino d’oro.

«Pochi giorni. Poi Australia».

«Bella l’Australia. Ci sono stata in un’altra vita» disse lei, stringendo il volante finché le nocche non diventarono bianche.

«Che ti succede, Evia?»

«Niente. Le solite cose: figlie, casa, marito, analista e qualche amante. Tutto uguale, non è cambiato niente» rispose lei tutta d’un fiato. «Che farai in Australia?»

«Parte la Sydney-Ushuaia. Una tappa della regata intorno al mondo».

«Ushuaia? E dove si trova?»

«Terra del Fuoco. Di fronte all’Antartide. Hai mai sentito parlare di Capo Horn?»

«Ho letto che attraversarlo è come finire in una lavatrice».

«Chi l’ha scritto cercava di sopravvivere, non metafore» rispose Pato, guardando il profilo di lei sotto i lampioni.

«Questo sport ti fa bene. Sei identico a quando eri giovane. Hai un ritratto in soffitta che invecchia per te?»

«Il ritratto sì, ma a differenza di Dorian Gray mi piacciono ancora le donne» scherzò lui. Poi tornò serio: «Stamattina quell’invertebrato ha avuto un altro attacco. L’ho trovato svenuto, puzzava come una cantina».

«Non me ne ha parlato».

«Sapeva che ti saresti incazzata. Sta esagerando troppo, Evia. Devi smetterla di aiutarlo, gli rendi la vita troppo facile».

«Lo fai anche tu ospitandolo a casa tua. Lo abbiamo sulla coscienza entrambi!»

«Cristo! Sembriamo due genitori che discutono di un figlio scapestrato… che ironia!»

«Siamo arrivati!» disse lei, troncando il discorso.

Cino gli andò incontro tutto contento. «Che piacere rivedervi! Pato, amico mio, bentornato. Quali terre hai scoperto?»

«Nessuna terra nuova, solo terra usata, amico mio».

«Cino, hai visto Afro?» chiese Evia.

«Parlava con una biondina prima. Ma non lo vedo più da un po’».

«Sempre lo stesso…» disse Pato.

«Stronzo!» fu il commento di Evia. «Gli avevo chiesto per favore! Volevo passare una serata insieme… bastardo!» I suoi occhi si incendiarono di rabbia.

«Il conto, per piacere» disse Afro al cameriere.

«Raccontami un’altra avventura» chiese la biondina, rapita.

«Be’, ci sarebbe quella volta al porto di Casablanca… una scazzottata» esordì lui, versandosi l’ultimo goccio di Chablis.

«Ero in una zona malfamata, circondato da quattro ceffi. Misi le spalle al muro e attesi».

«Il conto, signore» interruppe il cameriere.

Afro estrasse la carta di credito con un gesto teatrale. «E poi?» chiese lei.

«Il primo mi attaccò con un coltello di venti centimetri. Schivai, gli bloccai il braccio e gli diedi un colpo alla nuca. Così». Mimò il colpo per toccarle la nuca.

«Conosci le arti marziali?»

«Maestro di karate e judo. Al secondo spezzai il braccio… così». Le prese il polso, usandolo come scusa per sfiorarle il seno.

«Mi scusi, signore, la carta non è abilitata» disse il cameriere con discrezione.

«Come non è abilitata? Non è possibile; provi ancora» chiese lui indignato.

«Abbiamo provato più volte, signore, ma dà sempre la stessa risposta: carta non abilitata. O mi dà un’altra carta o, se preferisce, può pagare in contanti» rispose il cameriere con gentilezza.

«Contanti? Io non porto contanti. Mi deformano la giacca» rispose Afro, stizzito.

«Lascia stare, pago io» sussurrò lei.

«Scusami, è assurdo. Lunedì farò scoppiare un inferno in banca. Senti… dammi i soldi e pago io. Non voglio dare la soddisfazione a questo qui di vedermi offrire la cena da una donna». Lei, confusa, gli tese le banconote.

«Cameriere! Ecco a lei, tenga il resto e ci porti due vodka».

«Ma Afro… gli hai lasciato cinquanta euro di mancia con i miei soldi?»

«Così imparerà a portarmi rispetto» rispose lui, tracannando la vodka ghiacciata. «Scusa, torno subito».

Andò in bagno e ne uscì con le mascelle contratte e lo sguardo vitreo.

«Andiamo?» disse, tirando su col naso e passandosi la mano tra i capelli. «Dove abiti? Pensavo di finire la storia di Casablanca a casa tua, davanti a una bottiglia».

«Avevo detto solo cena…» mormorò lei, ma poi gli sorrise.

Lei si chiuse la porta alle spalle. Lui cominciò a baciarla sul collo, lesto le passò la lingua intorno all’orecchio e iniziò ad aprirle la lampo. La spinse sul divano, le tolse il vestito, ma quando lei fece per sfilarsi il reggiseno, la bloccò.

«No, aspetta. Resta così. E non togliere neanche le scarpe».

«Neanche le scarpe?»

«Soprattutto quelle» rispose lui, con un riflesso bramoso nello sguardo.

Iniziò a leccarla lentamente, prima il monte di Venere e poi, piano piano, fin giù, e poi ancora su, contornando le grandi labbra, fino a stringerle il clitoride tra le labbra. Lei inarcava la schiena e sospirava a ogni contatto della lingua di Afro, che serpeggiava sinuosa.

Poi, Afro tirò fuori dalla tasca una bustina di cocaina.

«Cosa fai?» chiese lei, ormai inerme.

Le strappò l’intimo, cosparse la pelle di polvere bianca e riprese a leccarla con ferocia, cercandole l’anima tra le cosce finché lei non perse il conto degli orgasmi.

«Ora tocca a te» disse lui, mettendo un po’ di polvere sul pene.

Lei si inginocchiò, sottomessa, muovendo la testa al ritmo dettato dalle mani di Afro che le stringevano i capelli.

«Mettimi i tacchi sotto le braccia» ordinò poi, spingendola di nuovo sul divano.

Lei allargò le gambe, puntando i tacchi delle décolleté sotto le ascelle di lui. Afro entrò con violenza, un ritmo forsennato e brutale.

«Spingi coi tacchi, spingi!» la incitava. Lei gridava parole senza senso, come fosse posseduta, mentre lui continuava a spingere, instancabilmente, nella penombra della stanza.

Pato ed Evia uscirono dal locale in un silenzio pesante.

«Fammi dormire con te. Stanotte ho bisogno d’amore» pregò lei.

Pato la guardò, cercando di leggere il dolore dietro quegli occhi neri, sapendo che quel dolore aveva un nome solo.

«Evia, non puoi rifugiarti da me ogni volta che Afro ti mette da parte. Non è giusto».

«Sei uno stupido se pensi questo. Vi amo entrambi. L’unica differenza è che lui approfitta del mio amore e io approfitto del tuo» disse lei, accendendosi una sigaretta.

«E pensi che questo triangolo ci faccia bene?»

«Io penso solo che i nostri destini siano legati. Tu sei il bene e lui è il male. E io non posso vivere al di là di voi due».

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