
Fin da bambino aveva quella fissa: saltava sul letto dei genitori brandendo armi immaginarie o manufatti creati sul momento. Recitava la parte dell’eroe, osservandosi riflesso negli specchi dell’armadio. Prima era un pirata, poi un imperatore romano e ancora una spia internazionale… Ci passava le ore su quel letto, soprattutto quando la madre era indaffarata in cucina o usciva per fare la spesa.
Con gli anni la malattia degli specchi – così era solito chiamarla – era diventata una costante che si era impossessata della sua immaginazione. E come tutte le cose che nascono per gioco e poi diventano professione, aveva perso il controllo di sé.
Non so se fosse mentalmente equilibrato; me lo sono chiesto anch’io. Di certo, faceva l’attore. Inoltre aveva una specie di tic o vizio, non si sapeva se inconsapevole o calcolato: all’inizio di ogni scena soffiava forte dalle narici e inarcava un sopracciglio. Eppure riusciva sempre a trovare una parte in qualche film. In giro si diceva che fosse bravo, ma quel difetto costringeva i tecnici a continui tagli nel montaggio.
Ma c’era un punto cruciale che l’aveva marchiato fin dall’infanzia: la convinzione di sentirsi sempre osservato, anche se in giro non c’erano telecamere. Quindi i suoi atteggiamenti erano studiati, misurati, artificiosi. Qualsiasi cosa facesse, anche il solo radersi allo specchio o camminare guardando le vetrine, pensava che una troupe di tecnici fosse nascosta chissà dove, pronta a riprenderlo nei suoi atteggiamenti più strani e inopportuni. Una personalità istrionica che viveva su un perenne set cinematografico.
Era ormai sera quando uscì dagli studi. Camminava con passo cadenzato, la testa lievemente inclinata per conferirsi un’aria di tragica introspezione. Passò, come faceva sempre, davanti alla vetrina di un negozio di televisori chiuso: un enorme specchio nero che avrebbe dovuto restituirgli la sua immagine.
Istintivamente inspirò forte, pronto a soffiare dalle narici e inarcare il sopracciglio. Ma il tic gli morì nel naso. La vetrina rifletteva nitidamente tutto quello che le si specchiava: i lampioni, le auto che passavano e il marciapiede deserto alle sue spalle.
Tutto. Tranne lui.
Si avvicinò fino a sbattere il vetro con la fronte, ma la superficie nera rimaneva ostinatamente priva della sua immagine. Si toccò le mani: erano solide, reali, eppure lo specchio lo aveva dimenticato. In preda al terrore, si diresse verso un’auto parcheggiata lì vicino. Cercò freneticamente il proprio profilo nel parabrezza, poi nel metallo lucido della carrozzeria e infine si aggrappò allo specchietto retrovisore, orientandolo verso il volto con dita tremanti. Niente. Lo specchietto inquadrava solo la striscia d’asfalto e un bidone dell’immondizia poco lontano.
Capì che qualsiasi superficie capace di riverberare gli restituiva la medesima, atroce risposta: era diventato trasparente. Ogni briciola della sua materia si era consumata, svanita. Era diventato una presenza senza immagine, come un set vuoto, una pellicola trasparente che non rifletteva più nulla. Neanche buona a coprire gli alimenti.