Ecco!

Ho navigato nella vastità degli oceani seguendo rotte sconosciute.

Ho sofferto la fame, la sete, il sonno, la solitudine.

Ho imparato a interpretare gli eventi atmosferici.

 Ho imbrigliato i venti, cavalcato le onde, rincorso le nuvole.

Ho imparato a usare la pioggia e il sole.

Ho tessuto vele, ho impalmato corde.

Ho piegato l’acciaio e trasformato il legno.

Ho separato il sale dall’acqua, la pelle dai muscoli, la carne dalle ossa.

 Ho ucciso.

Ho visto gli iceberg, le balene, le orche, gli albatros…

Ho sempre evitato la terraferma e i suoi infidi scogli:

trappole che imprigionano e rendono schiavi.

Ho sempre guardato a prua, là, verso l’orizzonte.

La mia pelle è cotta di sole e di sale. I miei occhi arsi dal mare,

i miei piedi deformi;  sempre in cerca di equilibrio.

Le mie mani piagate da mille ferite.

Adesso le mie membra sono stanche…

Ecco! Un’isola.

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Preda delle acque

La barca era piccola, troppo piccola. La costa era lontana; là, in fondo, oltre il buio.
O forse no? Forse la costa non c’era, forse non c’era niente oltre quell’oscurità immutabile? Forse c’erano solo voci sorde di disperazione? Bocche aperte prive di suono che chiedevano aiuto. Ma lui come poteva aiutarle? Era preda delle acque. Curvò le spalle alle tenebre intorpidite dalla sua incertezza; sentiva un grosso peso su di sé prodotto da una gravità opprimente. Cercava di ragionare, ma appena gli si formava un concetto logico, una mano diafana glielo ghermiva dalla mente.

Il vento soffiava a vortici insistenti e la barca non riusciva a trovare la rotta; le vele a brandelli creavano forme stridenti, i cui lembi tremavano nell’aria di quella notte eterna e silenziosa.

Era al timone da molte ore e da molte ore non dormiva. O forse erano giorni? Sapeva che se lasciava il timone, la barca si sarebbe capovolta in quel mare nero. Onde gigantesche lo superavano frangendo e spazzando il ponte da poppa a prua in un silenzio assordante. Ogni tanto qualche gorgo maligno ghermiva la barca facendola girare su se stessa. Sentiva freddo, molto freddo. Provò a cantare, ma le parole gli si gelavano sulle labbra appena uscivano dalla bocca frantumandosi ai suoi piedi. Mentre il vento gli strappava pezzi di pelle dal viso e dalle mani trasformandoli in mille coriandoli traslucidi. Finalmente un suono emerse da dietro le tenebre e si fece strada prepotentemente sopra la notte. Invase l’aria; attraversò lo scafo; s’infilò nel suo corpo e s’impossessò della sua coscienza. Si sedette al centro del letto; il telefono continuava a squillare come se avesse fretta di essere ascoltato.

Si alzò e andò a rispondere. Non c’era nessuno dall’altro lato del filo.

Solo l’ululato del vento.

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La fine

Le masse d’aria cambiarono il loro corso senza preavviso e un lungo silenzio ammantò il mondo. Una luce violacea si diffuse nel cielo a est, attraversando rapidamente l’oriente e diffondendosi, anticipatamente, nella zona d’ombra a occidente. Fiocchi di neve iniziarono a cadere su Timbuctu dalle prime luci dell’alba. Alcuni Tuareg in partenza per il Sahara guardarono il cielo smarriti, cercando di capire cosa fosse quella strana poltiglia bianca. Il contrasto tra il rosso del deserto e il bianco della neve creava una frattura visiva bizzarra, poi la tormenta di neve copri tutto in una morte bianca.

A cinquemila miglia di distanza, su una piattaforma petrolifera, alcuni uomini stavano tirando dei cavi di tensione; improvvisamente un rumore assordante li fece girare, ma non ebbero il tempo di meravigliarsi. L’onda aveva superato di gran lunga l’altezza della struttura in metallo e della piattaforma rimasero solo alcuni monconi spezzati.

Le calotte polari sprofondarono rapidamente nell’oceano e inondarono le coste del mare del nord distruggendo i villaggi dei pescatori.

L’Antartide venne spogliata del suo manto bianco nel giro di poche ore, esponendo all’aria una geologia nascosta da ere di ghiaccio.

Incendi incomprensibili devastarono la tundra Siberiana creando colonne di fumo gigantesche che invasero il cielo oscurandolo completamente.

Le città europee furono colpite da tremende scosse telluriche che aprirono canyon enormi nel suolo inghiottendo i grandi monumenti del vecchio continente.

I ghiacciai perenni dell’Himalaya si sciolsero con la rapidità di un cubetto di ghiaccio al sole d’agosto, formando fiumi inarrestabili che allagarono gli altopiani del Nepal travolgendo Kathmandu.

Tempeste di grandine si abbatterono nelle zone desertiche del Gobi, mentre ad appena seicento chilometri, nella città di Pechino, la temperatura superò i quaranta gradi all’ombra.

Nelle zone tropicali gli alisei invertirono la direzione aumentando d’intensità. Cosicché venti impetuosi devastarono gli arcipelaghi sradicando la vegetazione e inondando i centri abitati.

Onde gigantesche attraversarono gli oceani come treni impazziti, sommergendo tutto quello che incontravano sul loro cammino. Superpetroliere di cinquecentomila tonnellate ruotavano su se stesse, sopraffatte da frangenti alti come montagne.

Gli aerei iniziarono a cadere giù come mosche dopo una spruzzata d’insetticida, schiantandosi al suolo.

Nelle grandi metropoli del nord America i grattacieli implosero riducendosi in cumuli di cemento sottile che saturò l’aria di una polvere mortale.

L’umanità fu sopraffatta: nessun essere vivente sopravvisse. E la Terra finì.

Le luci s’accesero senza neanche aspettare i titoli di coda, la sala era quasi vuota: era l’ultimo spettacolo e c’erano poche anime. L’uomo rimase ancora seduto qualche secondo osservando lo schermo bianco. Poi andò via.

Il giorno dopo la cassiera del cinema leggendo il giornale nella cronaca interna, fu colpita da un articolo che riportava il suicidio di un uomo sparatosi in bocca con in mano un biglietto del cinema.

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Sono solo.

Sono solo, Emilio è partito…

Gibilterra: un pezzo di roccia a sud della penisola Iberica; un pezzo d’Inghilterra che sonnecchia adagiata su vecchie storie di mare; qui l’aria n’è permeata, tutto parla di imprese avventurose e di audaci capitani che sfidavano gli oceani. Ecco, La Rocca: un imponente promontorio che si allunga come un dito accusatore verso l’Africa. Provo la stessa sensazione degli antichi marinai che avevano paura di superare le Colonne d’Ercole, convinti che si precipitasse oltre la fine del mondo. Anahita riposa tranquillamente ormeggiata al pontile dello Sheppard’s Marina. Il momento è arrivato, l’ansia dimora nella mia mente già da un po’: sto per affrontare l’Atlantico da solo per la prima volta, e ho paura di precipitare oltre l’orizzonte.

Anahita mi guarda e sembra chiedermi verso quale avventura la stia portando. Già è un motivo d’orgoglio vederla qua, alle porte dell’Atlantico. Anahita, la maestosa, madre di Mitra, dea della fertilità e della maternità, colei che nutre, colei che protegge, colei che governa gli eventi atmosferici: l’equivalente latino di Immacolata…

E’ buio, chissà quanto tempo sono stato sul pontile a guardare la mia barca? E’ tempo di andare a letto, domani all’alba si parte.

C’è un’aria tranquilla, una leggera nebbia galleggia sull’acqua, e sembra che il mare la stia inalando. Ho deciso, calo sul pontile e porto le gambe a sgranchirsi per l’ultima volta, il Marina è deserto, solo qualche mattiniero come me che fa gli ultimi preparativi prima di partire. Sento il corpo attraversato da strani brividi, forse sono troppo teso, mi vedo come l’ultima foglia che cerca di restare aggrappata al ramo di un albero ormai spogliato completamente dall’inverno.

Mollo gli ormeggi, esco dal Marina lentamente e punto verso lo Stretto. Passo in mezzo a decine di grosse navi all’ancora nel golfo di Algeciras: giganti metallici che incombono su di me e Anahita facendoci sentire ancora più piccoli. Accendo la radio e ascolto il primo bollettino meteo del giorno: lo spagnolo è una lingua gradevole. Uno sciacquio sospetto mi distoglie, prendo la telecamera e vado a immortalare una coppia di delfini che giocano sull’onda creata a prua da Anahita. Alzo le vele, le metto a segno e dirigo verso l’avventura.

E’ il momento di far lavorare Mustafà: monto la pala a vento, tolgo il fermo, regolo la ghiera e lascio che lui trovi la giusta rotta.

Molti pensano che un navigatore solitario sia completamente solo, non è così: c’è la barca, che è la tua compagna di avventure, senza la quale non andresti da nessuna parte. Con la quale parli, non perché sei pazzo, ma perché la senti come un essere pensante, come una madre, una sorella, come una sposa. Lei ti sopporta e ti conduce in porti sicuri, chiedendoti solo di essere curata. Lei è il tuo guscio, il tuo bozzolo, la tua tranquillità.

Poi c’è Mustafà, che sta di guardia ventiquattro ore al giorno: non mangia, non beve, non parla, non dorme e conduce la barca con qualsiasi mare e in qualsiasi condizione, mentre tu sei al sicuro dentro il tuo guscio. Perché l’abbiano chiamato Mustafà, un timone a vento, non lo so, ma è sicuramente un compagno di viaggio indispensabile per un solitario. Come fai a sentirti solo? C’è molta gente che è più sola di me vivendo in mezzo ai propri simili.

Per colpa dei delfini, mi sono perso il bollettino meteo, il prossimo sarà tra sei ore. Questi sono errori che non si fanno.

Lo Stretto di Gibilterra sembra un’autostrada: barche, traghetti e superpetroliere che si incrociano continuamente in uno degli specchi d’acqua più trafficati del globo. Là, un branco di balene che a coppie si dirigono verso l’Atlantico, sono un po’ lontane, ma mi emoziono lo stesso. Queste sono scene che ti fanno pensare a un mare pieno di vita che viene costantemente inquinato dall’invadenza umana.

La radio stride ed emette il bollettino meteo: “… componente oeste fuerza cinco, marejada a fuerte marejada… ”. Ci sarà un po’ di mare e vento contrario, dovrò risalirlo, speriamo che non aumenti.

Meglio che mi preparo un panino. Stare dentro a cucinare può essere pericoloso con tutte le navi che incrociano in questa zona. Mustafà non si sta comportando bene, Anahita va a zig-zag, c’è qualcosa che mi sfugge, la pala oscilla troppo, forse se mettessi un qualcosa di elastico che facesse da freno alle forti oscillazioni… Ecco, un anello fatto con un pezzo di camera d’aria può essere utile, proviamo. Adesso sì, va meglio, Mustafà lavora bene e la scia di Anahita è dritta come una spada.

Non riesco a rilassarmi, vorrei leggere, ma apro il libro e vedo solo dei piccoli segni neri incomprensibili che mi danzano davanti agli occhi. Mi sento irrequieto, devo rilassarmi, ma come si fa?

E’ il momento di attraversare lo Stretto, la parte più pericolosa. Le grosse navi che incrociano – anche se hanno tutta una serie di strumentazioni sofisticate a bordo – non badano molto a un moscerino che galleggia. Tarifa è ormai alle mie spalle, comincio a sentire il respiro dell’Atlantico, ma ho la sensazione che stia respirando un po’ troppo forte, e la cosa non mi piace. E puntuale il meteo elenca la sua nemesi:“… componente oeste fuerza ocho, mar gruesa aumentando rapidamente a muy gruesa… ”. Rintocchi funerei rimbombano nella mia povera testa, finché un campanello d’allarme mi scuote facendomi destare da un torpore, seppur momentaneo, ma intenso. C’è una sola parola per riassumere il bollettino meteo. Burrasca!

Ecco, l’Atlantico mi sta dando il benvenuto. Sono esattamente a metà strada tra una costa e l’altra, e sono esattamente in un mare di guai: è il caso di dirlo.

Tra poco farà buio, ho appena superato Tangeri e mancano sette miglia per Cap Spartel, se lo doppio ho più possibilità di farla franca, posso virare e prendere il mare di poppa.

Il respiro dell’Atlantico aumenta fino a diventare un soffio forte, e dopo un po’ uno sbuffo teso. Anahita inizia a risentire dello sforzo, la vedo che soffre: batte sull’onda pesantemente. Il mare continua ad aumentare, il vento spinge le onde nello Stretto, che aumentano a dismisura. Anahita arranca sempre di più; per fortuna che Mustafà resiste. Vengo sballottato da una parte all’altra del pozzetto nonostante l’imbracatura di sicurezza.

Ormai è buio, le luci sono lontane, sono solo fuori alla porta, ma l’Atlantico me l’ha chiusa in faccia. Adesso non ci sono più soffi, non ci sono più sbuffi, ci sono solo raffiche. Ululati che ci investono, che ci martellano e ci spingono indietro. Un suono familiare mi distrae, un suono che riesco a sentire nonostante il vento. “Sono Emilio! Mi trovo a Marbella, qui è un inferno ci sono cinquanta nodi di vento, e da te?”. Non gli rispondo, sono troppo impaurito, stacco il telefonino e mi metto al timone. Viro e punto sul porto di Tangeri.

Ci avviciniamo alla costa e le onde sono più alte e più micidiali di prima, cominciano a essere molto più ravvicinate e frangono inesorabili. Sballottiamo in acque burrascose col vento che grida nelle sartie. Ho le braccia indolenzite dalla tensione che il timone mi costringe a imprimere a ogni ingavonata. Mancano due miglia all’entrata del porto, siamo sopraffatti da treni di onde che ci martellano con accanimento. Vedo gli scogli che si avvicinano minacciosi, cerco di virare a sinistra, ma Anahita è preda dei frangenti e non risponde. Grosse gocce di sudore mi scivolano lungo la schiena in una notte buia e fredda. Mi aggrappo al timone e dò tutta la barra a sinistra, sono al limite delle mie possibilità, non so più cosa fare: siamo schiavi dei flutti. Un’onda anomala ci ghermisce e ci spinge verso l’alto, trasformando Anahita in un otto volante, perdo la presa sul timone e cado nel pozzetto battendo la testa su una sporgenza, sprofondo in un’oscurità momentanea che mi avvinghia cercando di trattenermi, mentre Anahita batte con forza nell’incavo dell’onda successiva e si traversa. Si aprono le cateratte e ci sommergono totalmente. E’ finita!

Un silenzio improvviso e sconosciuto ci avvolge completamente, come se una mano divina avesse posto una teca sopra lo specchio d’acqua in cui ci troviamo. Un provvidenziale vuoto d’aria permette ad Anahita di riprendersi, e con uno scatto felino recupera l’equilibrio, rimettendosi miracolosamente in rotta. Raggiungo il timone e mi ci lego come Ulisse al canto delle sirene. Tremo, mentre lunghissimi minuti segnano la distanza che ci separa dalla salvezza.

Ecco! Il molo di sopravvento, ci siamo quasi! Viro a dritta con decisione e, come una magia, tutto si ferma. Resto qualche secondo stordito e completamente inerme: mi rimbombano ancora nella testa allarmanti residui di segnali di pericolo registrati dal mio cervello, insieme a immagini disastrose e agghiaccianti. Tiro un profondo sospiro di sollievo e mi volto in direzione dell’Atlantico. E in lontananza, appena sopra le grandi masse d’acqua vedo una sfera gialla che si affaccia dietro alle nuvole: è la Luna.

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