Grinze

Grinze sulle lenzuola:

increspature sul tessuto immacolato,

ondulazioni che attraversano un letto disfatto.

E poi, onde di pensieri, rughe mentali, solchi…

Riverberi di immagini:

sospiri ritmati, il corpo come la risacca,

le anche tra le mani, il ventre materno,

braccia che spiccano il volo, mani che volteggiano,

il suo peso su di me e dentro di me.

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Lenzuola

Non ho ancora cambiato le lenzuola,

non voglio farlo.

Il segno della tua testa è ancora sul cuscino.

Il tuo sapore ancora sulla mia lingua.

Il tuo odore ancora nella stanza.

La tua voce ancora dentro le orecchie.

Il tuo corpo lontano, oltre quel muro.

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Mi ossigeni

Non riesco a muovermi. Dài, staccati da me, non vedi che le mie labbra bruciano? Guarda, si fondono con le tue. Oddio! Adesso si sciolgono, si stanno sciogliendo… si amalgamano; vedi come coagulano e si uniscono in un’unica forma?

Guarda i miei occhi, li vedi i miei occhi? No, non li vedi, lo so. Li tengo bassi perché non riesco a guardarti: ho paura. Potresti farmi una magia; farmi bruciare tra fiamme di piacere o cullarmi tra i carboni ardenti, che ne so cosa potresti farmi? Comunque voglio che tu lo faccia, dài, fallo!

Osserva come bevo i tuoi bisbigli, lo vedi? Mi sto dissetando e più ne bevo più ho sete; mi si dilaterà la pancia fino a scoppiare, sarà un botto tremendo, un incredibile sbuffo d’aria.

Ho preso coraggio, ti guardo; adesso ho fame, anche tu hai fame, lo vedo dai tuoi occhi, questi occhi che vengono da lontano. Le nostre mani si frugano insistenti, le dita scivolano fluide, i seni affannano, si gonfiano, le gambe si intrecciano e si annodano strette… sessi affamati si cibano l’uno dell’altro. Ancora, dài, ancora… corpi spossati ansimano… tu sospiri, poi gemi, infine palpiti… il soffitto è bianco, anche il fondo dei tuoi occhi lo è.

Adesso i nostri respiri si mescolano, soffiano l’uno intorno all’altro: due piccoli turbini avidi che si rincorrono nell’aria quieti. Guarda, sembra si colorino; ogni spira ha un colore diverso, bello, no?

Respiriamo un poco meglio adesso, mi ossigeni.

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Il tocco delle carni

Mi sveglio, sei lì davanti a me; le nostre gambe s’incrociano in una strana posizione: avvinghiate in una specie di incastro a forbice, con i corpi distesi lungo le due estremità del sofà. Sei nuda, ma è come se lo fossi sempre stata. Mi guardi con quegli occhi rubati a chissà quale gatto randagio e sorridi. C’è una luce che ti accarezza il viso: un perfetto alone di chiaro scuro che ti ammorbidisce ancora di più i lineamenti. Mi abbevero della tua figura come un assetato che ha appena trovato una fonte d’acqua celata tra le dune. Sono preso completamente dal tuo corpo, avvinto dalla delicatezza delle tue curve. Ti accarezzo pian piano e percorro il piccolo rigonfiamento di una vena che si perde tra le dita del piede. Mi guardo intorno e ho la sensazione che il tempo ci stia aspettando. Si è messo un po’ in disparte, e con discrezione aspetta un nostro segnale per continuare la sua corsa. Ti bacio l’alluce – delicatamente, senza fretta tanto il tempo aspetta. Spingo le mie labbra lungo un percorso sconosciuto soffermandomi sulla piccola depressione della caviglia. Prendo il tuo piede, l’appoggio sulla spalla e comincio a massaggiarti la gamba fin dove le mie braccia possono arrivare. Lentamente i tuoi sospiri riempiono la stanza rimbalzando dolcemente sulle pareti come tanti palloncini colorati. Non ci muoviamo, restiamo così, godendo solo del tocco delle nostre carni.

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