AERO CRUCIS

«Buongiorno signor Navigatore sono Sandra dell’agenzia Globo, purtroppo le devo comunicare che il volo Bali-Dili è stato cancellato. Ci stiamo attivando per trovargliene subito un altro. Ci dia qualche ora di tempo e le comunicheremo il nuovo volo.»

«Qualche ora? Ma lo sa che tra un po’ mi imbarco per Amsterdam?»

«Sì, signor Navigatore, lo so. Stia tranquillo, stiamo monitorando attentamente il suo problema, la chiamo appena ho novità.»

«Ma… », ma dall’altra parte c’era il vuoto siderale.

L’ultima volta che era stato ad Amsterdam aveva i bulbi del cranio in piena attività eruttiva e una mezza dozzina di lustri in meno, si trovava là con un amico, in macchina, diretti a Capo Nord; si fermarono per assistere alla Tall Ships’ Race: un raduno di navi scuola e barche d’epoca nei corsi d’acqua che abbracciano la città. Il ricordo gli si collocò nella mente come una vecchia diapositiva proiettata su un muretto di pietre a secco: irregolare, scolorita, fuggevole…

L’aeroporto di Amsterdam sembrava una zona di guerra: polvere, indicazioni insufficienti e transenne con piccoli cantieri aperti un po’ ovunque. Recuperò il borsone e si avviò lentamente verso il gate. Si erano fatte le nove, in quella tiepida serata settembrina contrassegnata anche dalla irregolarità dell’impianto di aria condizionata dell’aeroporto. L’agenzia ormai era chiusa e lui doveva affrontare più di sedici ore di volo, con una breve tappa a Dubai. Si trovò un posto a sedere e cercò di dare colore e regolarità al ricordo della Tall Ships’ Race, in attesa della partenza verso mezzanotte.

Dopo aver letto per alcuni milioni di volte “LIFE VEST UNDER YOUR SEAT”, l’aereo toccò la pista dell’aeroporto di Bali. L’impatto con l’isola non lo sconvolse più di tanto, il traffico e le migliaia di motorini che sfrecciavano sia a sinistra sia a destra del traffico lo fecero sorridere, da buon napoletano c’era abituato. Ma fu un sorriso breve perché aveva da risolvere due grossi problemi: uno, mettersi in contatto con l’agenzia; due, mandare un messaggio ad Antonio che lo aspettava.

«Signor Navigatore, ci dispiace, il volo Bali-Dili al momento non c’è. Deve sapere che tra l’Indonesia e Timor Leste c’è ostilità e la compagnia di bandiera Indonesiana non ha ancora avuto il nulla osta dal governo per rinnovare il contratto per la rotta Bali-Dili. Dovrebbe pazientare… ».

«Scusi Sandra, pazientare quanto? Un’ora, un giorno, una settima, un mese… ».

«No signor Navigatore, non saprei quanto… stiamo monitorando… ».

«Sandra! Mentre voi monitorate dietro i monitor io sto bloccato qui a monitorarmi le mani mentre fanno girare i pollici, ha capito?» A quel punto toccò a Sandra sentire il vuoto siderale dall’altra parte della cornetta.

Ormai la situazione era chiara come il bianco d’uovo: doveva sbrigarsela da solo. Inviò un messaggio ad Antonio spiegandogli brevemente il problema. Antonio gli suggerì di provare ad arrivare dalla parte indonesiana a ovest di Timor. Prima però doveva capire su quale territorio si avventurava. Accese il tablet e cominciò a cercare nel web.

” Distante trecento miglia marine dall’Australia, l’isola di Timor fa parte dell’arcipelago delle piccole isole della Sonda. Divisa in due stati: a est Timor Leste, ex colonia portoghese e a ovest Timor ex colonia olandese, ora sotto bandiera indonesiana…  

 Atambua, il centro abitato più vicino al confine aveva anche l’aeroporto, ma c’era solo un volo settimanale che partiva da Kupang il giovedì alle dieci del mattino. Era mercoledì, doveva trovare un volo Bali-Kupang subito. Due ore dopo era di nuovo nell’aeroporto di Bali, inviò un messaggio ad Antonio e salì sull’aereo.

Ormai era buio, prese un taxi e si fece portare in un albergo nei pressi dell’aeroporto. Chiese alla receptionist di svegliarlo l’indomani alle sette e salì in camera, ricordandosi che non aveva toccato cibo da ventiquattro ore. Dopo una porzione di riso che sapeva di verdure e di verdure che sapevano di riso, al ristorante dell’albergo, tornò in camera. Fu lì che il Jet lag gli ricordò che non era il momento di dormire…

Le nove e venti! Si catapultò dal letto, s’infilò gli short senza mutande, le infradito nell’inframignolo e si fiondò lungo le scale. Alla reception, con un inglese più gesticolato che parlato (anzi gridato), inveì contro il receptionist che, investito dalla tempesta, cercò riparo sotto il bancone. Si tuffò in un taxi e chiese all’autista di diventare daltonico ai semafori, sordo ai fischietti e tenere l’acceleratore incollato al pianale. Fu fortunato, il volo era regionale e un po’ in ritardo: alle dieci e venti s’imbarcò.

Dopo aver letto alcune centinaia di volte BAJU PELAPUNG ADA DI BAWAHKURSI, l’aereo toccò terra. Intanto ricevette un messaggio da Antonio il quale diceva che aveva fittato una macchina e lo stava raggiungendo al confine.

Aeroporto di Atambua: uno stretto nastro d’asfalto dritto in mezzo alla boscaglia, dove il calore e l’umidità si dividevano equamente la gestione termica del posto. Dove, all’uscita, un piccolo spiazzo faceva da zona di carico e scarico. E dove la parola “taxi” non era stata ancora inventata.  Mentre si guardava intorno sentì un rumore di serrande, si girò e vide che l’aeroporto stava chiudendo. Il suo era stato l’ultimo e l’unico volo della giornata. Ora doveva cercare un mezzo per raggiungere la frontiera distante trenta chilometri. Non ci volle molto, lo trovarono loro: quattro uomini e un minibus. Trattò il prezzo, per lui conveniente, e per i quattro abbastanza da dar da mangiare per due giorni le rispettive famiglie. E tra strade sterrate, buche, scorciatoie lungo i campi, musica assordante e oltre un pacchetto di sigarette respirato passivamente lo liberarono al confine. Ultreia, Suseia, Fisterra?¹ No!

Dopo qualche tentativo di corruzione, il doganiere, nel suo inflessibile e granitico atteggiamento ‒ forse l’unico in tutto il sud est asiatico ‒, gli disse per la terza volta che per passare il confine doveva avere il visto di uscita fatto a Giacarta o a Bali. L’unica umana concessione che poteva fargli  era di lasciarlo andare dall’altra parte per qualche minuto, ma trattenendogli il passaporto. S’incamminò con il borsone nella terra di nessuno per almeno cinque seicento metri a incontrare Antonio. Scambiarono poche parole e un po’ di cose che aveva portato con sé e che servivano ad Antonio, poi si separarono verso i rispettivi confini. Ringraziò il doganiere, recuperò il passaporto e si allontanò gravato dal peso del borsone e della sconfitta. La frontiera non era trafficata, ci volle un po’, ma riuscì a ingaggiare due uomini con due motocicli, uno per lui l’altro per il borsone. Dopo aver sfamato anche le famiglie dei due con una congrua cifra, si fece portare al centro di Atambua, dove, da informazioni ottenute dai due centurioni, c’era un bus che partiva per Kupang .

Il macadam serpeggiava su dossi, nelle curve in salita, in discese repentine e tratti di boscaglia costeggiati da radure, una delle quali venne utilizzata per una sosta forzata dovuta al  surriscaldamento del radiatore e ai bisogni fisiologici dei passeggeri. Ormai si era fatta mezzanotte, l’autista ebbe pietà e lo lasciò direttamente all’aeroporto.  Il volo successivo, per Bali partiva alle nove del mattino; comprò il biglietto su internet e si rifece la spina dorsale allungato sul pavimento (ormai era a terra in tutti i sensi). Dormì un po’e altrettanto sognò:  Cotiche a forma di aereo masticate da un vecchio senza denti, gate di marzapane coperti di canditi, distributori di acqua dai quali zampillava solo tempo…

L’aereo era zeppo e la temperatura alta. Lui si chiedeva come facesse il tizio a fianco a resistere: indossava un giaccone imbottito come una trapunta, oltre a uno smartphone per ognuna delle mani (Chissà se fosse nato con tre o quattro braccia, si chiese), due grossi anelli d’oro che guarnivano altrettante grosse dita e una catena al collo che era così doppia da trattenere un molosso. Aveva deciso di prendersela con tranquillità: lo stress degli ultimi giorni era stato forte, doveva assolutamente entrare in fase zen. Per cui si guardava intorno analizzando l’ambiente e la gente che lo circondava.

Bali era molto trafficata, la zona di Kuta, poi, era piena di vita a qualsiasi ora: alberghi di lusso, catene di ristoranti famosi, bancarelle con la solita paccottiglia rigorosamente cinese e altro…

“HEI SIR, VIAGRA, CIALIS, WOMAN, GIRL, MAYBE BOY?”

Si era sentito con Antonio il quale gli aveva spiegato com’era la situazione politica tra Indonesia e Timor Leste. Quel bel po’di antica tensione faceva si che i voli della compagnia di bandiera indonesiana, per Dili, fossero autorizzati periodicamente e che era meglio cercare il volo tramite un’altra compagnia aerea. Oltre ciò, gli disse di sbrigarsi perché non poteva aspettarlo ancora per molto.

La spiaggia di Kuta era lunga e ne approfittava per fare altrettante passeggiate, mentre scandagliava il web alla ricerca di un volo, la fase zen stava per crollare, era quasi andata a farsi fottere… 

SRIWIJAYA AIR FLIGHT BALI INTERNATIONAL AIRPORT  NGURAH RAI (DPS) TO DILI INTERNATIONAL  AIRPORT PRESIDENT NICOLAU LOBATO (DIL) DEPERTURE  10:45.

ULTREIA SUSEIA DILI!

Antonio era fuori che l’attendeva «Dai sbrigati, sono cinque giorni che ti aspetto!». Gli presentò Sabele, montarono su un taxi e si diressero al porto, salirono a bordo, salparono l’ancora e puntarono a ovest: pronti ad attraversare l’oceano Indiano.

¹ Ultreia, suseia, Fisterra: Forza, resisti, più avanti finisce il cammino. Viene usato dai pellegrini che fanno il Cammino di Santiago e proseguono fino a Finsterra.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *