
Rispolvero le vele, armo la barca, metto a punto il mio equilibrio e comincio ad assaggiare il mare. I primi colpi dei marosi fanno impennare violentemente lo scafo. Il fisico comincia a invecchiare; bisogna saper anticipare gli imprevisti e tenersi forte. “Una mano per te e l’altra per la barca”, mi ripeto come un mantra.
In quei momenti la barca diventa un’estensione del corpo: i piedi, ad esempio, sembrano quasi radicarsi nelle sue venature, fondendosi con il ponte e creando una sintonia unica e irripetibile.
Anche lei subisce l’assalto degli elementi. Il tempo lascia segni crudi e inesorabili, impossessandosi della sua resistenza. Spesso viene colpita da flutti martellanti e frangenti incalzanti: sprofonda e si risolleva gemendo sottovoce, come se attraversasse doglie interminabili. In quegli istanti siamo noi, i suoi amanti, a condurla verso ridossi più sicuri. In fondo, anche le più vissute meretrici del mare meritano amore.
L’oceano mi si apre come un abbraccio materno e io gli vado incontro. Sopra di me, i cieli ruotano rapidamente – come un carosello di luci e ombre – portandosi via i minuti, le ore e i giorni insieme alle onde.
Ci sono montagne d’acqua maestose che sopraggiungono e ti sovrastano. Per un istante ti rapiscono, innalzandoti verso il cielo, e rimani affascinato da tanta potenza. Poi, improvvisamente, scivolano sotto la chiglia, facendoti vibrare fin dentro le ossa, e si allontanano lasciandoti un vuoto immenso.
Un’altra notte mi raggiunge; mi supererà anch’essa, correndo insieme al vento. C’è un buio punteggiato di stelle in quella larga striscia nebbiosa che chiamiamo Via Lattea. La luna sorgerà più tardi, illuminata a metà. Il mare continua a pulsare e io con lui, in questo vuoto immenso e Perfetto.