Cibo per i pesci

Cibo per i pesci, sono solo cibo per i pesci; quanto tempo mi resta ancora da vivere a quarantacinque gradi di latitudine sud? Quattro minuti, forse cinque…
La temperatura è al disotto dei sette gradi centigradi. La zattera è stata attaccata dagli quali: tre grossi squali grigi, che chissà per quale astruso motivo hanno deciso che il fondo nero e zavorrato del mio mondo fosse commestibile. I tubolari si sono afflosciati privi di vita al primo attacco e la mia casa – dopo quindici giorni di permanenza – si è inabissata rapidamente. Mi è rimasto il giubbotto di salvataggio, grazie al quale riesco a essere ancora un’entità pensante. Un albatro vola sopra di me e continua a fissarmi con un occhio vitreo; lui sa, ha capito: aspetta la mia morte.Quindici giorni alla deriva su una zattera senza incontrare neanche una bottiglia di plastica. Sono sopravvissuto grazie ad un pesce più curioso degli altri che si è avvicinato affamato sottobordo: faceva parte di un branco che aveva preso dimora da qualche giorno sotto la mia isola galleggiante. L’ho mangiato crudo; ho mangiato cruda anche una sula sprovveduta afferrata per un’ala cinque giorni prima. L’acqua mi è durata per i primi sette giorni, poi il deserto in un mare d’acqua. Sono riuscito a malapena a lanciare la zattera fuori bordo portando con me solo un coltellino svizzero – quando la barca ha disalberato dopo tre giorni ininterrotti di burrasca forza otto. Le onde sembravano delle montagne invalicabili che aumentavano in altezza a mano a mano che il vento rinforzava, il mare sembrava metallico; ogni goccia che mi colpiva il viso era uno spillo pungente che mi penetrava nella pelle – e nell’anima – togliendomi, anzi no, rubandomi ogni speranza. Tre giorni al timone a contrastare qualcosa di enormemente grande. L’oceano, in qualsiasi momento, era pronto ad avvolgermi in un grigio sudario.
Le apparecchiature elettroniche mi hanno abbandonato gradualmente: prima il pilota automatico, poi il GPS, subito dopo il radar e la radio, e infine le batterie. La navigazione procedeva bene, finché un fronte occluso mi ha costretto a virare a sud verso latitudini più fredde. Ormai ero in mare già da due mesi convinto di raggiungere il mio obiettivo. Ero partito da Città del Capo in direzione Melbourne: cinquemila e cinquecento miglia di oceano Indiano nei quaranta ruggenti. La barca l’avevo rubata a Salvador de Bahia; stava là incustodita e non ho resistito alla tentazione, dovevo assolutamente continuare il mio viaggio. Ero appena sbarcato da un cargo proveniente da Gran Canaria che trasportava datteri, lavorando nelle stive puzzolenti per pagarmi il passaggio. Alle Canarie c’ero arrivato in aereo perdendo la coincidenza per l’Australia, per via di uno sciopero degli addetti al controllo del traffico dell’aeroporto di Roma. Fiumicino sembrava un dormitorio pubblico, pieno di gente e valigie che si ammassavano ai botteghini in attesa dell’imbarco. Sono arrivato all’aeroporto in fretta e furia – lasciando la macchina noleggiata all’Avis fuori alle partenze – senza curarmi dei divieti. Quando la mattina sono entrato nell’agenzia di noleggio, poco distante da casa mia, ho chiesto la prima vettura disponibile e nella fretta gli ho lasciato anche la carta di credito, insieme alla bici: a cosa mi serviva ormai? Tutto questo perché ho trovato quel maledetto negozio chiuso. Una signora al primo piano mi aveva detto che si erano trasferiti in Australia a Melbourne. Non pensavo che scendendo da casa avrei trovato il negozio chiuso. Ero sdraiato sul divano guardando la tivù e all’improvviso mi sono ricordato del mangiare per Moby e Dick. “Oh dio”mi sono detto “il cibo per i pesci!”

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Naufrago

Mi svegliai come da un lungo e angoscioso sogno: avevo le mani cosparse di piaghe, le labbra mi bruciavano maledettamente ed erano coperte di pustole; le spalle sembrava fossero attraversate da lunghi spilli roventi. Il pavimento si muoveva, anzi no, rollava: dei rigagnoli d’acqua salmastra, dal sapore stantio, sciabordavano senza sosta lambendomi il corpo disteso sul paiolato che puzzava di pesce marcio. Il sole era di un bianco talmente accecante che nemmeno socchiudendo gli occhi riuscivo a capire l’ambiente che mi circondava.
Fu l’odore del mare e lo sciacquìo dell’acqua che mi informò del mio stato di naufrago. Provai ad alzarmi, ma il rollio della scialuppa mi fece capire, senza pietà, le condizioni precarie in cui mi trovavo. La sete mi assaliva come un’orda di cani bavosi, ero circondato da un oceano d’acqua senza poterla bere. Mi girai sul dorso, allungai il braccio sostenendomi a uno scalmo e riuscii a sedermi al centro della barca: avevo la testa bombardata da centinaia di palle di cannone, da vele quadre incendiate e da alberi spezzati che cadevano sui ponti delle navi seminando morte e distruzione; da arrembaggi con spade ricurve, sciabole e coltellacci che trapassavano i corpi dei marinai, e palle di moschetto che dilaniavano la carne e menomavano senza pietà; da grida di uomini, lamenti di feriti, risate oscene, pianti irrefrenabili, visi deformati dal terrore, grida e bestemmie partorite dalla battaglia. E sangue, sangue d’ovunque. E grazie ad una pozza di sangue che scivolai infilandomi, contro la mia volontà, in una larga apertura  fatta da una palla di cannone e caddi in mare galleggiando in un groviglio di sartie e pennoni. E quando infine le due navi s’inabissarono contemporaneamente – lasciando a galla solo corpi e oggetti inanimati – con le ultime forze riuscii ad aggrapparmi a l’unica scialuppa rimasta intera in quel disastro.

 

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