Geisha

Sembri pietosamente abbandonata: due parabordi di differente colore cadono dalle draglie, fin quasi a toccare la superficie dell’acqua. Quella barba di alghe formatasi intorno alla linea di galleggiamento sembra che stia lì solo e unicamente per produrre cibo per i pesci che ci girano intorno. La coperta è messa male e avrebbe bisogno di una bella scrostata e di una lucidata. Lo scafo è segnato da varie linee fatte da manovre disattente, impresse su un fondo arancione consumato dal sole. Il pozzetto sembra un mercatino dell’usato, con cime abbandonate qua e là; un salvagente buttato in un angolo, un asciugamano che fa da cuscino e macchie di muffa disseminate un po’ dovunque. Bisognerebbe sentire il motore e verificare la chiglia; per le vele non mi preoccupo, sicuramente saranno in condizioni pessime. L’albero sembra a posto, anche se tenuto su da sartie che andrebbero cambiate. Il cartello vendesi prende quasi tutto l’oblò di prua: anche quello è usato; starà lì da tempo. Non superi gli otto metri e mezzo secondo me, le murate sono alte, il pozzetto è ben protetto, sembri solida; hai solo bisogno di cure amorevoli.

Compongo il numero; ho deciso, ti chiamerò Geisha.

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Dove sei?

Sono disteso sull’amaca, montata tra l’albero e lo strallo di prua, leggendo le disavventure di Edmod Dantés: tradito dagli amici, incarcerato e privato dell’amore di Mercedes Herrera, che amerà per sempre, nel Il Conte di Montecristo. Ogni tanto distolgo l’attenzione dalla lettura, e dò uno sguardo intorno contemplando lo spettacolo che mi offre la natura.

L’aliseo mi accarezza avvolgendomi in un abbraccio caldo e costante, creando un dolce fruscio tra le palme di cocco protese verso il mare e distorte dal vento e dalla gravità. L’acqua cristallina, la cui trasparenza rende il fondale minacciosamente vicino, riflette l’ombra della barca che dondola dolcemente all’ancora. Sotto di essa, nella doppia veste di prede e predatori, un universo  variopinto s’industria alla ricerca dell’unico motivo di sopravvivenza, tra gli scheletri calcarei dei coralli. Sulla spiaggia bianca e assolata due granchi si rincorrono in circolo in una strana e misteriosa danza d’amore o di morte. Poco più in là, un colibrì vestito di blu cangiante vola  a scatti repentini da un fiore all’altro baciandoli dolcemente. E ancora oltre, le onde dell’oceano si frangono in un susseguirsi continuo e rumoreggiante, su un confine delineato da coralli e madrepore. In alto si avvicendano veloci batuffoli di cotone che si stagliano contro l’azzurro di un cielo caraibico, punteggiato da nere sagome dal preistorico profilo, che volteggiano alla ricerca di cibo. In lontananza un triangolo bianco risale il vento dirigendosi, senza fretta apparente, verso chissà quale esotica meta.

Mentre nella mia mente si forma il canovaccio descrittivo di questo scenario naturale… penso a te: rimbalzi nella mia mente come una palla di flipper, creando scintille di coscienza e  incertezza a ogni pensiero che si forma. Ogni impulso nervoso è ricoperto dalle tue sembianze: da un sorriso, uno sguardo, una posa. La tua immagine cresce a dismisura, a volte deformata, fino a straripare dallo schermo della mia immaginazione. Cerco di materializzarti nella mia memoria, ma perdo pezzi congrui di fantasia e annaspo tra i marosi dei tuoi molteplici profili, cercando di aggrapparmi a qualcosa di reale per non impazzire. Ti trovo e poi ti perdo in una danza ipnotica e surreale, combattendo tra ragione e follia, perdendo capacità e discernimento…

E ti allontani: la tua sagoma di spalle, contornata da una lattiginosa luce bianca, cammina lentamente verso uno spazio buio e senza fine. In un altro posto, in un’altra terra, in un altro mondo, in un altro sistema, in un’altra galassia, in un altro universo, in un’altra vita!

Mi sveglio, allungo le membra con un movimento graduale e lento; i colori sono svaniti e il buio si è impossessato della luce, lasciando il posto a uno scenario diverso. La notte inizia a macchiarsi di minuscole luci di differente luminosità, il cielo stellato sopra di me non è un sogno ma una realtà. Una lacrima incontrollata forma un lungo solco sulla mia guancia, e il mio pensiero ritorna a te, chiedendosi dove sei: “Dove sei Mercedes? Meraviglioso e immacolato frutto della mia immaginazione.”

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